All’interno di un arco temporale che va dal dall’inverno 2023 a Sanremo 2025, Enrico Bisi realizza un documentario che racconta senza soluzione di continuità l’uomo e l’artista Willie Peyote (al secolo Guglielmo Bruno). Le origini radicate in un’educazione sabauda fatta di nebbia e di Po’, il legame atavico con il Toro, e quello viscerale con la musica che diventa voce talvolta dissonante ma sempre reale tramite la quale esprimersi.
Willie Peyote – Elegia Sabauda (in sala dal 4 maggio) attraversa tutti questi elementi circostanziali per restituire il ritratto di un artista sfaccettato ma vero, a volte disilluso ma sempre sincero. Il riscatto di un mix di semplicità e coerenza che sono vessilli artistici da difendere a ogni barra di rap, a ogni nuovo pezzo inciso. Toni malinconici e sentimentali che riportano proprio all’elegia del titolo, e alla metafora di una “cacio e pepe” che è essenzialità e minimalismo artistico-musicale da salvaguardare.

Ed è proprio in questo continuo equilibrismo, nella “sottile linea di confine tra talento e pazzia”, che secondo Peyote si nasconde il bel lavoro di musicista, fortemente influenzato da fattori esterni e dal pubblico sovrano, ma anche interiormente libero di esprimersi. Senza nascondere ferite e zone d’ombra che diventano, invece, parte integrante del proprio essere e sentire. E così il tempo della depressione e della malinconia confluiscono anche in uno dei brani più suggestivi e intimi dal titolo “La depressione è un periodo dell’anno”.
Enrico Bisi segue Peyote uomo e arista da vicino, nel suo fluire quotidiano, tra ironia e profondità, tra compagni di musica e figure genitoriali eccentriche, in una narrazione vitale capace di aprire il varco a tante piccole grandi verità. Svolgere con cura e dedizione anche le mansioni più ordinarie racconta davvero chi siamo e quanto ci vogliamo bene. Mentre andare di moda anche senza porselo come obiettivo, restando fedeli alla propria voce e radicati nella propria identità, è un po’ alla base del vero successo. Volontà di non tradire sé stessi anche a costo di risultare fin troppo ordinari. Una sorta di rivoluzione concettuale in tempi in cui sovraesposizione e viralità sono invece tasselli cardine del paradigma dell’esistere.

Tra sale d’incisione, concerti, Camden Town, Pornostalgia, occasioni colte al volo e opportunità svanite, Willie Peyote offre uno spaccato del cantante sul viale del tramonto che risorge dalle proprie ceneri, mentre il documentario di Bisi assume il profilo trasparente di una colonna sonora in movimento, nonché sorta di confessionale audiovisivo. Con un punto di vista sobrio, partecipato, curioso, ma mai celebrativo, l’opera di Bisi parla dell’artista in quanto tale, entità che si manifesta tramite la sua (imperfetta) sensibilità.
Una fotografia sincera volta a raccontare come la vita si costruisca poco alla volta per tentativi ed errori, con l’unica finalità di lavorare sempre per essere nel posto giusto, senza dover mai rinnegare sé stessi. Alla continua ricerca di un equilibrio precario e in continua evoluzione che riguarda da vicino anche i rapporti interpersonali. Il mistero di amore e amicizia che a loro volta racchiudono anche il segreto della vita. Momenti epifanici che Peyote sintetizza sempre a mezzo musica con il suo poetico e proverbiale pragmatismo “Ho visto Dio sotto le mie lenzuola”. Successi e delusioni che convivono, verve e anima di una musica che scorre sempre, al pari della vita, per catturare nella sua melodia ogni nuova lampante dimensione esistenziale. Proprio come recita la frase in chiusura: “ll film è finito la musica continua…”.
Elena Pedoto


