Amarga Navidad: Pedro Almodóvar racconta l’arte come intima suggestione della vita

Dopo La stanza accanto, primo film in lingua inglese e riflessione accorata sul delicato tema dell’eutanasia, Pedro Almodóvar torna con Amarga Navidad (Presentato al Festival di Cannes e al cinema dal 21 maggio) ai suoi confini spagnoli, alle origini, alla radice disé stesso.

E lo fa con un film ricco di suggestioni ma agrodolce (come suggerisce lo stesso titolo Natale Amaro) che si divide tra genio creativo e senso di smarrimento. Un’opera sfaccettata, metacinematografica, che si riflette e confonde nel valore stesso dell’essere artista, in questo caso regista, e si domanda quale sia il traino ispiratore di ogni opera, e se esistano limiti entro i quali muoversi per dare vita a una nuova idea.

Attraverso il suo alter ego regista Raúl Durán (Leonardo Sbaraglia) alle prese con una profonda crisi creativa, AmargaNavidad ci trascina così a cavallo del Ponte dell’Immacolata in una Madrid frenetica e sospesa, timidamente natalizia, cui poi farà da contraltare una Lanzarote placida e senza tempo. Al centro del racconto, conosciamo la protagonista Elsa (Bárbara Lennie), regista che ha abbandonato il cinema per dedicarsi alla ben più fruttuosa attività pubblicitaria. Mentre Bonifacio detto Beau(Patrick Criado), pompiere di giorno e spogliarellista di notte, è il suo fedele e solare compagno.

Eppure, sconfinati in una routine che appare di vita canonica, il senso del lutto (quello di una madre venuta a mancare proprio un anno prima), della malattia e dello smarrimento convergono in un quadro dolente che trova conforto solo nel lavoro o nelle pillole (compulsivo sollievo a un marcatodisagio esistenziale).

Personaggi ancora una volta ben oltre l’orlo di una crisi di nervi che s’intrecciano malinconici in un tableau vivant di circostanze in perenne bilico tra realtà e finzione. Idee e situazioni che raccontano la vita che ispira l’arte e l’arte che, di contro, continua a contaminare la vita. Il dolore sordo della perdita di un figlio, la consistente complessità dei legami e anche il rapporto controverso con il proprio lavoro creativo sono il cuore e il conflitto di Amarga Navidad, opera con cui Almodóvar si confessa e si specchia, quasi a fare la summa e i conti con la propria stessa vita. Una messa a fuoco esistenziale che si traducein un’opera nevrotica, colorata e strabordante di spunti, ma fondamentalmente cruda e crudele, dove l’autore spagnolosprofonda nei limiti e nelle complessità di un mestiere che è in perenne divenire, e alla disperata ricerca di genio.

Con quasi cinquant’anni di solida carriera alle spalle, Almodóvar riavvolge dunque il nastro del tempo e del destino, e torna alle origini della sua arte quale intima suggestione della vita. In un rendiconto professionale ed esistenziale che è luccicante e festivo (come il Natale), ma anche profondamente amaro (Amarga). Condensando e combinando tante delle tematiche e dei colori che hanno reso la sua produzione iconicoa (e di culto), il talentuoso regista spagnolo fonde malinconia e amore per un cinema che qui diviene personificato. E scorre libero in una sorta di autobiografia in cui confluiscono talento e turbamento, acuta riflessione e intima confessione. Significato e significante del mezzo cinematografico(“premonitore” ma anche fortemente nostalgico) che nello scambio finale tra Raul e la sua sodale collaboratrice Monica (l’intensa Aitana Sánchez-Gijón) esplode in tutta la sua malinconica onestà. Con una sceneggiatura che rincorre gli inciampi della vita e tenta di esorcizzarne i tanti lutti. Riuscendoci a tratti, onestamente imperfetto, come a specchiare da vicino la frammentaria produttività della vita di un artista (o dell’esistenza umana tout court).

Elena Pedoto

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