Ciao Luca Benigni, il nostro Gianni Mura

di Italo Arcuri

Ci sono persone che fai fatica a pensare di non incontrare più.

Luca Benigni per me è una di queste.

La notizia della sua morte mi ha colpito profondamente. Forse perché Luca non era soltanto un collega, né soltanto un giornalista.

Era un amico, un compagno di tante avventure civili, culturali e politiche. Uno con cui parlare, discutere, confrontarsi. Anche animatamente.

Si discuteva, con Luca. E anche quando non la si pensava allo stesso modo, alla fine una sintesi la si trovava sempre. Una sintesi magari letteraria, narrativa, civile. Perché era questo il terreno sul quale, prima o poi, ci ritrovavamo: le parole, le storie, il modo di raccontare una comunità, di leggerne i cambiamenti, di provare a darle un senso.
E spesso, a suggellare tutto, arrivava un buon bicchiere di vino.

Ci sono state riunioni, telefonate, aperitivi, presentazioni di libri, incontri, strette di mano e abbracci. E poi quelle conversazioni che iniziavano da una cosa e finivano chissà dove.

Lui, Romolo, io, Fabio e Lamberto, a ragionare di giornalismo e di scrittura.

Di come si racconta una storia. Di come si racconta un territorio. Di quello che stavamo perdendo e di quello che, invece, valeva ancora la pena salvare.

È anche dentro questi momenti che oggi ritrovo Luca.

Non soltanto nelle sue pagine, ma nelle nostre conversazioni. Nella sua voce. Nelle sue osservazioni. Nelle sue battute. In quel modo che aveva di essere insieme ironico e severo, disincantato e appassionato.

Umano assai.

Con Luca va via un pezzo importante del giornalismo romanticamente inteso. Quello fatto di penna, di sigarette, di conversazioni e di curiosità. Quello che nasceva dalla strada, dagli incontri, dalla conoscenza autentica dei luoghi e delle persone.

Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come il giornalista di Roma Nord.

Luca Benigni è stato un giornalista di livello nazionale. Ha conosciuto il mestiere nelle sue stanze più importanti, ne ha frequentato ambienti, protagonisti e meccanismi. E di quei meccanismi aveva una conoscenza che pochi potevano vantare.

Capiva i meccanismi, conosceva i sistemi. Capiva come funzionavano le cose, anche quando le cose non venivano dette. Sapeva leggere dietro una dichiarazione, dietro una scelta, dietro una notizia. Aveva memoria e intuito. E quella sana diffidenza del giornalista che non si accontenta mai della prima versione.

Io, scherzosamente, lo chiamavo il nostro Gianni Mura.

E oggi quella definizione mi sembra ancora più giusta.
Non soltanto per la penna, ma per il modo di stare dentro le storie. Per la capacità di tenere insieme il fatto e il racconto, la cronaca e la memoria, il paesaggio e le persone.

E poi c’era lo sport.
Amava quello di altri tempi. Quello che conservava ancora qualcosa di umano, di popolare, persino di romantico. Non soltanto il risultato, ma le storie degli uomini e delle donne che stavano dentro una partita, dentro una maglia, dentro una stagione.
Anche nello sport cercava ciò che cercava nel giornalismo: le persone, le vicende, la parte meno visibile delle cose.

Roma Nord Luca la conosceva come le sue tasche.

La conosceva da bambino, quando con suo padre girava con quel camioncino rosso che tornava spesso nei suoi racconti d’infanzia. Portavano bibite agli assetati nei bar e nei ristoranti. Attraversavano strade, paesi, campagne. Incontravano persone.

Il camioncino rosso con cui, insieme al padre, distribuivano bibite e gelati nella zona a nord di Roma.

Prima ancora di diventare il giornalista di questa parte di Roma, Luca era stato un bambino che quei luoghi li aveva attraversati davvero.

E forse è anche per questo che sapeva leggerli così bene.

Tempo fa mi parlava di un lavoro che aveva in mente, un lavoro il cui centro sarebbe stato il Tevere. Quel fiume che attraversa il nostro territorio come un filo, ma che per Luca era soprattutto un fiume di storie.

Capena, Riano, Morlupo, Castelnuovo, Fiano, Monterotondo…

Ogni tappa era una memoria. Ogni luogo aveva qualcosa da raccontare, qualcuno da ricordare, una storia da riportare alla luce.

Era il suo modo di guardare questa terra: non come una successione di paesi sulla carta, ma come una comunità di persone, di vicende, di paesaggi e di ricordi.

E oggi penso che quel lavoro sul Tevere raccontasse, senza che forse Luca se ne rendesse conto, anche il suo modo di stare al mondo: attraversare i luoghi, ascoltare le persone, raccogliere quello che gli altri rischiavano di dimenticare e trasformarlo in racconto.

Scrivere e parlare, per lui, erano quasi la stessa cosa.

Non c’era una grande distanza tra Luca seduto a scrivere e Luca seduto a parlare. C’era la stessa curiosità, la stessa ironia, la stessa capacità di analizzare le cose e, soprattutto, lo stesso bisogno di comprenderle.

Era analitico, critico, descrittivo, paesaggistico, civile, coinvolgente.

E umano.

Umano assai.

Anche quando era duro. Anche quando criticava. Anche quando non le mandava a dire.

Perché Luca non le mandava a dire. Le diceva.
E sapeva come dirle.

Aveva una penna da vecchia scuola giornalistica.
Una penna che non serviva soltanto a mettere in fila le notizie, ma a restituire un senso, un colore, un contesto.
Sapeva raccontare un paesaggio come sapeva raccontare una persona. Sapeva fermarsi su un dettaglio e farlo diventare una storia.

Da anni scriveva sul “Nuovo Magazine”, contribuendo a dare a ogni numero qualcosa di suo.
E ogni volta che lo faceva lasciava il segno.

Non aveva bisogno di effetti speciali. Bastavano la sua penna, il suo sguardo e quella conoscenza profonda del mondo che aveva intorno.

Tra una sigaretta e una penna, Luca stilava storie.

Ed è forse questa l’immagine che più mi piace conservare di lui.

Non soltanto quella del giornalista, ma soprattutto quella dell’uomo che osservava. Che ascoltava. Che ricordava. Che poi prendeva una penna e provava a restituire agli altri ciò che aveva visto.

Io oggi perdo un amico.

Perdo un compagno di avventure civili, culturali e politiche. Perdo un collega. Perdo una voce con cui mi sono confrontato tante volte e che, anche quando non condividevo, riconoscevo.

E Roma Nord perde una delle sue voci più autentiche, vere, appassionate e colte.

Lo piange Capena, il suo paese d’origine. Ma lo piangono anche tutti quei luoghi che Luca aveva attraversato con gli occhi del cronista e con quelli, più profondi, di chi si sente parte di una comunità.

Uno scorcio della sua amata Capena, con il “gigante buono”, come lo chiamava lui…

Perché un territorio non è soltanto una geografia.
È memoria.
È gente.
È storie.
È anche chi quelle storie ha saputo ascoltarle e raccontarle.

Luca era uno di questi.

E adesso che quella voce si è fermata, forse ci accorgiamo ancora di più di quanto fosse importante sentirla.

Restano le sue pagine. Restano le sue parole. Restano le persone che ha raccontato e i luoghi che ha saputo riconoscere.

Resta il suo Tevere, quel fiume di storie che avrebbe voluto attraversare ancora una volta con la sua penna.

Resta Luca. Il giornalista, l’uomo, l’amico.

Che la terra ora ti sia lieve, Luca!

Quella terra che hai amato, conosciuto e raccontato in ogni rigo. E che in ogni rigo hai, soprattutto, sempre rispettato.

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