Cinema: dal 28 maggio in sala “Il silenzio degli altri”

La disabilità come limite ma anche sguardo silenzioso sulla vita.

Il silenzio degli altri (titolo originale Sorda), Premio del Pubblico all’ultima Berlinale e in arrivo in sala il 28 maggio, parla di un mondo fatto di silenzi imposti, gesti essenziali, e incessanti movimenti labiali. Una realtà ovattata che si contrappone al mondo delle voci, del rumore, del linguaggio considerato canonico. Quello stesso linguaggio che, ogni giorno, ci permette di comprendere e farci comprendere dal mondo circostante. Una quotidianità che però non rappresenta chi quei suoni non li sente o non li ha mai nemmeno sentiti.

E così la storia di Angela (una bravissima Miriam Garlo che trasporta nel film le difficoltà del suo vissuto), sordomuta che si ritrova ad aspettare un figlio da un compagno udente, Hector, si fa strumento lancinante di comprensione di uno stato di silenzio imposto a condizionare un’intera esistenza. E tutte le relative implicazioni emotive.

Per il suo lungometraggio d’esordio, la regista spagnola Eva Libertad, facendo proprie le sfide esistenziali della sorella e attrice sorda Miriam Garlo, costruisce l’incontro scontro dei due mondi (non udenti/udenti) attraverso il rapporto delicato tra due innamorati che poi diventa incomprensione crescente all’indomani dell’attesa, e poi nascita, di un figlio.

Sospensione acuita anche dall’incertezza sulla condizione uditiva del nascituro. Un altro essere umano da comprendere e assistereche per la protagonista Angela tornerà a essere fonte di dubbio, insicurezza, inadeguatezza, e limite comunicativo che si moltiplica nella gestione del parto, e di tutte le tappe scaturitedall’arrivo di quella nuova vita in poi. L’asilo nido, il relazionarsi con gli altri genitori udenti, la gestione condivisa con un compagno che a differenza di lei sente il pianto della figlia, e vive il mondo in tutto il suo “rumore”.

Facendosi carico di mettere in scena la disabilità in ogni sua sfumatura, e senza sconti percettivi, Sorda ci trascina dunque di peso nel malessere di questo stacco, formulando il suo pensiero esistenziale attraverso i tre tempi del film, che fanno transitare l’opera da un placido disincanto a una realtà durissima.

Il benessere sereno di due innamorati fotografato in quella prima scena in acqua, cui segue una fase sospesa di attesa e dubbio, e si chiude nel rumore incessante (pianti, necessità, compiti quotidiani che si moltiplicano) di una nuova realtà genitoriale. Una parabola umana che poi scivola verso il silenzio ritrovato, e faticosamenteaccettato, di chi in quella “quiete” ci è sempre, suo malgrado, vissuto. Tra senso di esclusione e ricerca disperata di aderire ai canoni circostanti (la lotta intima con i propri genitori, e quellaintestina tra rifiuto degli apparecchi uditivi e tentativo di usarli) la storia di Angela racconta l’isolamento dettato dallo stato di sorditàe il complesso processo di mediazione tra il silenzio proprio e quello degli altri.

Un’opera dai contorni frastagliati, capace di assumere un tratto fortemente realista quasi a filo con il documentario e che ci immerge appieno in una realtà difficile, ma illuminata dalla forza di una protagonista che cerca in ogni modo di rivendicare il proprio spazio, e la propria identità. Un urlo incessante modulato in un silenzio avvolgente. La realtà di chi cerca la propria voce e il proprio mondo nei tempi lenti di un’assenza di suono che diventa sostanza di vita, linguaggio in sottrazione con cui imparare, per sempre, a convivere. Da figlie, da compagne, e poi infine anche da madri.

Elena Pedoto

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