“Noi due sconosciuti” – in uscita nei cinema italiani giovedì 7 maggio – della regista norvegese Janicke Askevold, presentato al Festival di Locarno e vincitore del Premio della Giuria Ecumenica, è opera che parla dei nostri tempi, del peso delle scelte, e del senso profondo nonché del valore sempre più trasversale del concetto di famiglia.
Nuclei in equilibrio precario che spesso e volentieri inglobano chi, in un modo o nell’altro, si fa carico delle responsabilità in termini emotivi, logistici o economici. E nel film della Askevold una maternità “in solitaria”, raggiunta grazie a un donatore anonimo, è ciò che viene osservato e passato al setaccio. Nei pro e nei contro.

Con un semplice scambio di battute tra amici a dare il via alla ricerca compulsiva di un ipotetico padre biologico da rivelare. E con l’idea che entrare in contatto con l’altra metà dei geni possa permettere a una madre “sola” di acquisire maggiore sintonia con il proprio figlio. Un’idea abbastanza naïf che diventa poi tarlo e necessità di individuare quale elemento distintivo di quello sconosciuto si sia trasferito nel proprio bambino. Contravvenendo alle “regole” di una scelta di gravidanza mono genitoriale che quindi poi finisce per inglobare altri potenziali interlocutori, mettendo in primis in dubbio e in crisi la legittimità della volontà iniziale.
Dalla Norvegia, in uscita in Italia con Teodora Film, un film profondo, introspettivo, che scava nella logica della genitorialità, e indugia tra le piaghe del dubbio etico che può aprirsi di fronte a un figlio di cui si ignora l’altra metà del corredo genetico. Quel vuoto, quel silenzio, quella mancanza colmata solo dalla voce di un breve audio introduttivo che poi si trasforma via via nella complessità di una figura umana tutta da scoprire. Un’entità astratta di padre che muta nelle fattezze di una persona reale con pregi, difetti e connotati ben precisi, che non possono più nemmeno essere immaginati o idealizzati. Una realtà con cui poi bisogna fare i conti.
Ma “Noi due sconosciuti” non parla solo di mono genitorialità e conseguenze. L’opera allarga infatti il tiro ampliando la riflessione a tutte le figure genitoriali, quelle presenti per pura vocazione e quelle che pur in presenza si sottraggono scientemente al loro ruolo, per inadeguatezza o semplice mancanza di volontà. E in questo senso il film della Askevold mette a fuoco le trasformazioni sociali e la mutazione progressiva all’interno delle nostre società del concetto stesso di famiglia. Che ora trova il suo punto cardine nell’amore incondizionato e non più nello schematismo di figure di riferimento pregiudizialmente inalienabili.

Gli ambienti placidi ordinati e minimalisti tipicamente scandinavi, si scontrano così con i tumulti interiori della protagonista, l’ottima Edith di Lisa Loven Kongsli (qualcuno la ricorderà nel dirompente Force Majeure di Ruben Östlund). Sul suo corpo esile ma volitivo e nei suoi occhi decisi ma velati di una sofferenza opaca, forse maturata nella consapevolezza di non aver mai trovato l’uomo giusto per mettere al mondo un figlio, passano tutte le fragilità, le ansie e le paure di una madre alle prese con il suo compito più arduo. Quello di crescere un altro essere umano assicurandogli, nel bene e nel male, la migliore vita possibile. Anche nella criticità delle presenze instabili (l’anziana madre non più in grado di fare da tutrice) e nelle assenze a tratti asfissianti (la mancanza tangibile di una figura paterna).
Tra impasse quotidiani, instabilità esistenziali e crisi etiche, il film della Askevold indaga a fondo nella necessità di rivendicare una scelta ben precisa, così come nella difficoltà di comprenderne appieno le conseguenze. Ma offre anche uno sguardo libertario e privo di retorica sulla domanda delle domande: cosa vuol dire davvero essere una famiglia?
Elena Pedoto


