Dopo mesi di attese, polemiche, e rivelazioni in pillole il grande giorno è arrivato. Odissea di Nolan, primo film girato totalmente in IMAX 70mm, uscirà nelle sale domani, 16 luglio, e promette di essere un successo senza precedenti.
Perché con la sua personale rilettura dell’Odissea, poema epico della letteratura greca antica attribuitoal poeta Omero, il regista anglo-americano ci trascina letteralmente in un viaggio esplorativo tra uomini, divinità e ricerca del sé.
E qui Christopher Nolan riesce nella doppia volontà di traghettare al presente pathos ed epicità del poeta omerico pur ammodernandone le caratteristiche visive ai tempi nostri. Tra suoni roboanti, immersività totale e spazio di scena sempre incalzante.

Il risultato è un film dall’impatto visivo poderoso, sostenuto anche dalla colonna sonora del compositore premio Oscar Ludwig Göransson (già presente anche in Tenet e Oppenheimer) e da un cast di grandi divi. Matt Damon presta al suo Ulisse la plasticità di un uomo che incarna la ricerca, attraverso guerre, acqua e terre infestate dall’attività divina, ma che è poi tenacemente proteso verso un ritorno a casa suggellato dal fato.
Anne Hathaway è la tormentata Penelope che di giorno fa e di notte disfa la sua tela pur di rallentare quel tempo inesorabile che, prima o dopo, potrebbe ricongiungerla con l’amato Ulisse. E nello spazio di un’attesa che è anche promessa di fedeltà sancita nelle parole “Promettimi che tornerai”, c’è anche l’istinto genitoriale a tutela dell’unico figlio Telemaco, un imberbeTom Holland, destinato al simbolico passaggio da ragazzo a uomo. Nel mezzo, oltre alla bizzosità degli dei, s’inserisce anche l’astio prettamente terreno che è incarnato in primis dai pretendenti di Penelope capeggiati dal sadico Antinoo di RobertPattinson, ed è mosso da puro opportunismo e smania di potere.

L’Ade di Nolan
Tematiche sempre attuali, dunque, che segnano lo straordinario peregrinare di Ulisse con personaggi topici, a incarnare ognuno un limite o un ostacolo ben definito della natura umana. E qui Nolan fa un lavoro superbo riuscendo a centellinare nel suo viaggio fiume di quasi tre ore (172 minuti) tutti i tasselli nevralgici della storia per renderli a loro modo epici. L’inganno del cavallo di Troia, lo scontro funambolico con il ciclope, l’incontro metamorfico con la maga Circe, il richiamo satanico delle Sirene, il rapporto controverso con Calipso, e poi infine anche un regno dei morti di una bellezza trascendente. Ricavato in buona partedalla spettralità degli scenari islandesi. L’Ade di Nolan, fantasmi d’inchiostro nero che si trascinano stanchi nell’oscurità capitanati da un profetico Tiresia, è destinata a restare negli annali di una delle riproduzioni più evocative mai realizzate al cinema della terra dei morti. Scena che sancisce e rende omaggio a uno dei punti chiave dell’intera opera, ovvero il rapporto controverso tra vita e morte, e il viaggio lungo quel paradosso esistenziale che ne definisce il labile confine.

Un viaggio epico tra antico e moderno
Dunque, antico e moderno trovano in Odissea e in tutti i suoi personaggi fondanti un punto d’incontro che dispensa bellezza ed epicità a ogni singolo passaggio. Ed è proprio questo a rendere un film potenzialmente strabordante in un’esperienza viva, immersione vera e propria in una dimensione percettiva in cui tutto scorre a velocità reale, facendo perdere a tratti la dimensione spazio temporale del film. Mentre la storia, d’epica evocativa in fede al poema, trova poi anche lo spazio per farsi commovente in quei passaggi che indicano lo stato fragile delle relazioni. Momenti che Nolan riesce a sottolineare con la giusta allure “romantica” e un passo indietro rispetto al tono roboante dell’intero film. L’attesa di una donna, il desiderio di un uomo, la lealtà verso i compagni di ventura, un “nuovo” incontro tra padre e figlio e perfino l’addio sospeso tra il cane Argo e Ulisse, sono momenti emotivi che controbilanciano appieno la travolgenza narrativa del film. Christopher Nolan come da prassi non lascia nulla al caso, ma qui la sua sapiente mano registica trova la giustaleva nel potenziale iconico dell’Odissea e si libera letteralmente in volo.
di Elena Pedoto




