E’ morto Francesco Guccini, maestro di un’intera generazione. Aveva 86 anni

Francesco Guccini si è spento a 86 anni nella sua Pavana, il paese sull’appennino pistoiese dove si era ritirato da parecchio tempo. E’ uno dei cantautori più importanti del nostro tempo. Il mondo della musica è in lutto. La via Emilia è in lutto. Bologna è in lutto, l’Italia è in lutto.  Siamo tutti in lutto, non solo quelli della mia generazione, ma tutti quelli che lo hanno amato e apprezzato. Francesco era il più colto tra i cantautori, così lo definì una volta Umberto Eco, ed era probabilmente il più onesto e il più vero.

Guccini è quello di Dio è Morto, brano censurato dalla Rai ma trasmesso dalla Radio Vaticana. E’ quello de La Locomotiva,  la sua canzone simbolo, un inno anarchico che racconta la storia del ferroviere Pietro Rigosi. E poi Auschwitz: una toccante e storica riflessione sugli orrori dell’Olocausto.  E ancora L’avvelenata, Canzone per un’amica, Cyrano per citare alcuni brani della sua discografia infinita.

Guccini ha avuto anche una prolifica carriera letteraria, pubblicando a partire dal 1989 oltre 25 libri. Il suo esordio narrativo avviene con Cròniche Epafàniche, romanzo dedicato proprio all’infanzia trascorsa a Pavana. Ha scritto romanzi autobiografici, saggi dedicati ai dialetti e alle tradizioni perdute e una fortunata serie di romanzi gialli ambientati sull’Appennino, scritti a quattro mani con l’autore Loriano Macchiavelli. Ha inoltre lavorato saltuariamente come attore per il cinema, collaborando soprattutto con i registi campani e toscani come Leonardo Pieraccioni.

Mauro Alessandri, qui in una foto del 2015 insieme a Guccini, lo andava a trovare spesso. Di Francesco Mauro era amico, estimatore e seguace. L’attività di cantautore dell’ex sindaco di Monterotondo, oggi assessore,  è stata sicuramente influenzata dal “maestrone”. Ecco cosa scriveva Mauro in occasione di uno dei suoi  frequenti viaggi a Pavana, quasi un pellegrinaggio.

Due chiacchiere e qualche bottiglia. Che bello percorrere quella strada ogni tanto, e trovare d’inverno la neve sempre più dura, man mano che ci si arrampica lontani da Pistoia, sulla strada, e gli spazzaneve fuori dalle case. E poi iniziare la discesa, e l’ex voto sulla chiesa o altro, e il piccolo parcheggio. E poi arrivar lì davanti e sentire un “avanti” stentoreo. E l’estate, o la primavera, col Limentra più grosso, giù, fino al Reno, e il verde e il grigio delle rocce che si specchiano nel torrente, o nel fiume. E stare in equilibrio sui sassi, di notte. E con gli anni fare sempre meno queste cose, che ci si sente ridicoli forse. O forse farle meno per arrendersi man mano al tempo, senza venirci alle mani, che sarebbe di dargliele giù. Bon, tutto qua“.

 

 

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