Io, come tantissimi lettori, ho sempre avuto con “La Settimana Enigmistica” un rapporto quasi affettivo. Per me non è mai stata soltanto una rivista, ma qualcosa da “scrivere”. Una penna, una griglia, caselle che si riempiono lentamente, con una pazienza che oggi sembra quasi fuori tempo. E forse è proprio questo il punto: non si consuma, si attraversa. È un piccolo rito che accompagna tutto l’anno, ma che d’estate si amplifica, quando le giornate si allungano e il tempo sembra concedersi pause più morbide.
Elogiarla significa riconoscere una forma di continuità rara.
“La Settimana Enigmistica”, nata nel 1932 dall’ingegnere Giorgio Sisini, ha attraversato quasi un secolo senza cambiare davvero volto. Stessa grafica, stessa impostazione, stessa struttura, stesso ritmo. Non è immobilità: è coerenza. In un mondo editoriale che ha cambiato pelle infinite volte, passando dalla carta alla televisione, fino al digitale, lei ha scelto un’altra strada: restare riconoscibile, restare fedele a un’idea semplice e radicale di lettore.
Questa fedeltà si traduce in qualcosa che oggi si percepisce subito, anche senza pensarci troppo: la familiarità. Si può aprire un numero qualunque, di oggi o di vent’anni fa, e avere la stessa sensazione. Non di ripetizione sterile, ma di casa. È raro che un oggetto editoriale riesca a diventare una memoria condivisa così stabile, quasi intergenerazionale. E forse è anche per questo che continua a essere tramandata: non come un’abitudine imposta, ma come qualcosa che si impara osservando gli altri farlo.
C’è poi la lentezza, che nel suo caso non è un limite ma una scelta. In un tempo fatto di notifiche, scorrimenti e attenzione frammentata, una definizione da risolvere impone un’altra misura. Non si può affrettare, non si può saltare. Si deve restare. E in quella permanenza si crea spesso qualcosa di inatteso: una piccola comunità momentanea, una voce che chiede aiuto, una soluzione cercata insieme. È una forma minima di condivisione che resiste proprio perché non ha bisogno di tecnologia per esistere.

Un altro elemento che la rende unica è l’assenza totale di pubblicità. In un’editoria sempre più attraversata da interruzioni e distrazioni, “La Settimana” mantiene un silenzio raro. Nessun rumore esterno, nessuna interruzione tra il lettore e il gioco. Solo la pagina e il tempo necessario per affrontarla. Questa essenzialità contribuisce a quella sensazione di equilibrio che molti riconoscono istintivamente, anche senza saperla nominare.
Tra le sue curiosità storiche, vale la pena ricordare la sua straordinaria continuità: pochissime interruzioni in quasi un secolo di vita, tra cui la sospensione del 1945 nel passaggio finale della guerra. Poi la ripresa, e da allora un ritmo che non si è più spezzato. Anche le sue rubriche più iconiche (le parole crociate, i rebus, le vignette senza didascalia) hanno mantenuto nel tempo una forma riconoscibile, quasi immutata, diventando un linguaggio condiviso.
E poi c’è un altro aspetto meno evidente ma fondamentale: l’imitazione. Poche pubblicazioni hanno generato così tanti tentativi di replica. Eppure nessuno di questi è riuscito davvero a sostituirla. Forse perché non si tratta solo di giochi, ma di un’abitudine “culturale” sedimentata, di un modo di stare con il tempo più che di riempirlo.
Alla fine, quello che resta a me è un’impressione semplice, quasi personale: che ogni sette giorni, con la sua discrezione, “La Settimana Enigmistica” continui a fare la stessa cosa da quasi un secolo. Chiedere attenzione. E invitare, con una calma che oggi appare quasi assurda, a fermarsi, osservare, scrivere. Resta il fatto che, davanti a un cruciverba di Bartezzaghi, la soluzione continua rimanere un piccolo traguardo…
Italo Arcuri




