Il Covid ha spento i fuochi di S. Antonio Abate in tutti i comuni ma non a Filacciano.

Nel piccolo borgo le fiamme hanno brillato per ore senza processioni, senza assembramenti, senza festa, solo altissime fiamme. Nella mattinata la Pro Loco locale invece del tradizionale ciocco ha acceso una pira alta quattro metri in onore del  santo egiziano, patrono della pastorizia e dell’agricoltura.

Nei paesi, prima del Covid, si festeggiava con processioni e benedizioni degli animali domestici, era la loro festa. Nell’occasione si accendeva un fuoco con grandi ceppi di ulivo o quercia. Di lui la leggenda racconta che morì ultracentenario, 105 anni, il 17 gennaio del 356. Fu eremita ed è  considerato il fondatore del monachesimo. Visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto poi nel medioevo nacque una querelle sulle sue reliquie che alla fine erano due. Il mistero non è mai stato risolto.

Un pira alta quattro metri

Come scrive Alberto Chiara su Famiglia Cristiana “I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere; nella Lettera 8, Sant’Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”. Le sue reliquie dopo un lungo viaggio tra le terre e il mare del Meditterrano furono ospitate in Francia a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore e qui nacque il culto del fuoco.

In questa chiesa a venerarne le reliquie, infatti, affluivano folle di malati, di ignis sacer”, morbo conosciuto sin dall’antichità per il bruciore che provocava. Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale. Il Papa accordò ai monaci il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente, il loro grasso veniva infatti usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster).

Per questo nella religiosità popolare il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici. Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.

Questo spiega la venerazione popolare cosi forte e diffusa. Una leggenda per spiegare il fuoco, racconta che S.Antonio  si avventurò nel profondo degli Inferi per rubare una scintilla da donare agli uomini.

A Filacciano la scintilla, da qualche anno, è una pira alta più di una casa.