In Italia e in gran parte d’Europa, le giovani donne vivono immerse in un paradosso: la costante ricerca della perfezione estetica. L’ossessione per la forma fisica, la paura di un chilo in più, la dieta che diventa stile di vita più che necessità. È una battaglia quotidiana contro lo specchio, che nasce in un contesto di abbondanza: supermercati pieni, scaffali stracolmi, pubblicità che dettano canoni di bellezza irraggiungibili e che spingono milioni di ragazze a contare calorie, a eliminare cibi “proibiti”, a inseguire modelli sempre più lontani dalla realtà.

È un mondo in cui un corpo non perfettamente tonico viene vissuto come una condanna. Dove una taglia in più pesa come un fallimento personale. Dove un difetto fisico, spesso invisibile agli altri, diventa un pensiero fisso che toglie serenità. Non è superficialità: è il riflesso di una società che ci bombarda di immagini “perfette”, che fa sembrare urgente ciò che in realtà è secondario.

A Gaza, a poco più di quattromila chilometri da qui, la realtà è capovolta. Lì le ragazze non si preoccupano di nascondere i difetti, ma di sopravvivere. Sopravvivere a una guerra che non lascia tregua, alla scarsità di cibo che consuma i corpi, alla paura costante di non vedere un altro giorno. Per loro, il “problema del peso” non esiste. Essere in sovrappeso significherebbe avere il privilegio di mangiare, significherebbe non conoscere la malnutrizione. Significherebbe, in altre parole, essere vive.

La ragazza di Gaza morta in Italia per malnutrizione

La cronaca recente lo ha reso evidente con la storia di Marah Abu Zuhri, vent’anni, arrivata in Italia lo scorso 13 agosto grazie a un corridoio umanitario. Ricoverata a Pisa, è morta poco dopo: il suo corpo era ormai devastato dalla fame. Una frase che suona quasi impossibile da scrivere: “morta di fame in Italia”. Eppure è accaduto. La notizia ha fatto scalpore proprio perché è successa a due passi da noi, perché in un paese come il nostro la fame sembra un ricordo lontano, relegato ai libri di storia e a tempi remoti.

Eppure Marah non è sola. Ogni giorno, a Gaza, migliaia di ragazzi e ragazze muoiono di stenti, spesso senza un nome che finisca in prima pagina, senza un volto che ci guardi dalle foto dei giornali. Solo numeri. Numeri che non commuovono più, che scorrono in silenzio mentre qui ci indigniamo per un chilo in più disperandoci davanti allo specchio.

Dall’altra parte del Mediterraneo, ragazze come Marah darebbero tutto pur di avere come unico problema l’“imperfezione” di un corpo in sovrappeso. Per loro, il lusso sarebbe potersi lamentare di fronte a un piatto troppo abbondante, o discutere su quale dieta seguire per l’estate. Invece, ogni giorno devono convivere con la carestia, con la paura delle bombe, con l’incertezza di arrivare a domani.

Dare un peso, non solo al corpo ma alla vita

Il confronto è spietato. Qui, noi ci tormentiamo per rientrare in un paio di jeans, lì ci si tormenta per avere un pezzo di pane. Qui ci si affanna a eliminare grasso in eccesso, lì ci si spegne lentamente perché non c’è più nulla da mangiare. Qui il peso è un’ossessione da combattere, lì è un lusso che può fare la differenza tra la vita e la morte.

La morte di Marah ci richiama a questa sproporzione. Non per creare sensi di colpa, ma per aprire gli occhi. Per ricordarci che i problemi a cui diamo tanto spazio, tante energie, tanto dolore, spesso sono privilegi travestiti da ostacoli. Le nostre ossessioni estetiche, che ci sembrano enormi, impallidiscono davanti ai drammi reali che si consumano in silenzio.

Guardare a quel mondo non significa smettere di curarsi, né rinunciare alla bellezza. Significa però comprendere che la bellezza non è una questione di taglia, ma di prospettiva. E che, forse, mentre ci misuriamo allo specchio, potremmo provare a misurare anche il valore della vita.

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