C’è un filo che collega la targa che vedete qui sotto — oltraggiata la notte del 25 aprile a Torino, in Largo Montebello — e quella che dà il nome a una via a Faleria, a più di 600 chilometri di distanza. Un filo fatto di memoria, di lotta, di Resistenza. Di libertà, ma anche di odio. Di storie dimenticate o che qualcuno vorrebbe cancellare. Di storie che resistono. Quel filo ha un nome: Vittorio Di Dario. Partigiano, studente, martire della libertà.

I 600 chilometri che separano Torino da Faleria li ha percorsi suo padre, Carlo, figlio di Tommaso e Caterina Curti, nato nel borgo della Tuscia nel 1874. In Piemonte Carlo trova lavoro come maresciallo dei carabinieri, sposa Luigia Vironi e insieme hanno tre figli: Umberto, il più piccolo, Ada, la più grande, e Vittorio, il figlio di mezzo. Classe 1921, il ragazzo studia ed è portato: dopo l’Istituto Magistrale si iscrive all’Università, alla facoltà di Lettere, corso di studi in Lingue e letterature straniere. È negli ultimi anni di scuola e con le prime frequentazioni universitarie che conosce Vinicio Culeddu, un bel ragazzo con tanta voglia di fare. I due diventeranno migliori amici e la loro storia sarà unita in un unico destino.
Nel gruppo di studio ci sono anche Fred Tordella, Lucio Gallo Pecca e Gastone Cottino. Tutti iniziano a maturare idee antifasciste, ad avvicinarsi al Partito Liberale e, infine, a entrare nella Resistenza. Compilano e distribuiscono un giornale clandestino, “Gioventù Liberale”, lavorano per trovare e consegnare armi alle brigate partigiane, nascondendole proprio nella cantina di Vittorio.
Fuori dalla lotta clandestina, intanto, la vita continua. Vittorio ha vent’anni, è un ragazzo timido e riservato, ma non passa inosservato. Soprattutto una ragazza sembra particolarmente interessata a lui: è Valeria Roasio. “Una ragazza piena di vita, disinvolta, allegra – racconta Lucio Gallo Pecca – Vittorio se ne innamora e le parla di noi, della nostra attività. Ce la fa conoscere: parla, ride, mi guarda in un modo strano, con certi occhi di fuoco che mi pare di avere già visto”. Sono gli occhi dell’ausiliaria che lavora a Via Roma e che, oltre che con Vittorio, ha una relazione con un soldato fascista. È lei a denunciarli tutti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Nove di loro vengono arrestati: Franco Battaglini, Mario Pandiani, Mario Vezzani, Pietro Canibus, Gian Vittorio Gabri, Francesco Pezziardi, Fred Tordella, Franco Vergnano e Ruggero. Vengono condotti prima alla caserma di via Asti, poi alle Carceri Nuove, dove rimarranno per oltre due mesi, fino alla Liberazione. Gastone Cottino, Vittorio Di Dario, Vinicio Culeddu e Lucio Gallo Pecca sono ricercati, ma riescono a fuggire.

Vittorio e Vinicio riparano sulle Langhe, nelle zone di Fenoglio, dove entrano nella I Divisione partigiana del Comandante Mauri. “Questa sera ho agio di scriverti perché sono di turno nella vigilanza a un milite della Littorio, catturato – scrive Vittorio in una lettera al padre – Aveva in tasca una licenza di convalescenza scaduta da 15 giorni e diceva che voleva andare a casa sua ad Asti. Domani lo passeremo al Comando Brigata, che disporrà come meglio crederà. Per quanto sembri un bonaccione l’esperienza, anche amara, così insegna”.
Seguono turni di vigilanza, appostamenti e piccole operazioni. Poi, a marzo, lo spostamento per raggiungere un altro distaccamento. Mentre procedono nel freddo delle Langhe, presso il Bricco Berico, incrociano un gruppo di fascisti dei “Cacciatori degli Appennini”. I partigiani si disperdono, Vinicio cade, Vittorio lo vede e si ferma per soccorrerlo. Vengono catturati entrambi. La mattina dopo vengono fucilati a Murazzano. Uno accanto all’altro. Uniti ancora una volta.

“Testimoni oculari narrano che prima dell’esecuzione essi passeggiarono a braccetto, sorridendo serenamente” scriverà il giornale L’Opinione il 12 maggio 1945.
Entrambi verranno decorati con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Avevano poco più di vent’anni e vennero uccisi a soli 40 giorni dalla Liberazione. Di loro oggi resta un nome su una lapide a Torino e una via a Faleria, dove l’Amministrazione Comunale ha avviato negli scorsi anni un lavoro di ricerca culminato in una mostra documentaria e fotografica.
Di loro, però, rimane anche un’altra cosa: l’Italia libera. Ed è bene ricordarlo sempre, non solo il 25 aprile.





