Intervista a don Augusto Mascagna: dalla vita in parrocchia alla guida di due diocesi

Un racconto tra territorio, Chiesa e nuove responsabilità

di Italo Arcuri

Conosco Augusto Mascagna da tempo, e forse è anche per questo che questo incontro non si è ridotto a una semplice intervista. Nominato il 20 aprile 2026 Vescovo delle diocesi di Pistoia e Pescia da Papa Leone XIV, don Augusto i trova dentro una fase nuova della sua vita ecclesiale, che inevitabilmente cambia lo sguardo ma non cancella ciò che è venuto prima.
Nel dialogo che segue, però, non ho cercato di “raccontare un personaggio”. Ho provato piuttosto a seguire una continuità: quella che lega il presente alle esperienze maturate sul territorio, in particolare a Rignano Flaminio, dove il suo ministero sacerdotale ha preso forma dentro una dimensione concreta di comunità, fatta di relazioni quotidiane, ascolto e presenza.
È da lì che le sue parole continuano a tornare, anche oggi. E da lì si apre una riflessione più ampia su cosa significhi essere Chiesa nel tempo presente: tra prossimità e distanza, tradizione e cambiamento, linguaggi nuovi e radici antiche.
In questo confronto non ho cercato definizioni, ma movimenti. Non formule, ma sguardi. Quello che emerge è il profilo di una Chiesa vissuta come relazione prima ancora che come struttura, e di un ministero che si misura nella capacità di stare dentro la vita delle persone senza semplificarla.

In questo passaggio al ministero episcopale, qual è la responsabilità che senti più impegnativa nella concretezza del quotidiano? E quale, invece, ti appare più generativa e capace di dare energia al tuo servizio?
«Sicuramente l’aspetto che mi mette più alla prova è tutto ciò che riguarda l’amministrazione della diocesi e quello che il diritto della Chiesa definisce il munus regendi, il ministero del governo. È un ambito nel quale devo ancora imparare molto, soprattutto per quanto riguarda il diritto canonico.
Per fortuna, però, una diocesi non si regge mai su una persona sola. Ringraziando Dio ho trovato una squadra competente, come accade in tutte le diocesi, fatta di persone che conoscono questi aspetti molto meglio di me. Nessuno governa da solo. La Chiesa vive di un cammino sinodale, di relazioni, di corresponsabilità. C’è una comunità che conosce il territorio, la sua cultura, gli ambienti, le persone. Ed è a questa rete che mi affiderò con fiducia.
La responsabilità che sento maggiormente, però, è quella della comunicazione. La parola di un parroco raggiunge alcune migliaia di persone; quella di un Vescovo può arrivarne a centinaia di migliaia. Trecentomila nel mio caso. È una responsabilità enorme.
In questa diocesi esiste una grande attenzione alla comunicazione: c’è una televisione locale, TVL Pistoia, c’è un dialogo costante con i giornali e con il mondo dell’informazione. Tutto questo mi fa sentire ancora di più il compito di insegnare, trasmettere, motivare, suscitare entusiasmo attraverso la Parola di Dio.
Ed è proprio la Parola di Dio che, in questo tempo, sto riscoprendo con una fecondità e una profondità che forse prima non avevo colto fino in fondo. Innanzitutto per me stesso. Per questo preparo sempre con grande cura le catechesi, gli incontri e le omelie. Vorrei che ciò che dico non fosse soltanto ascoltato, ma lasciasse un segno nella vita delle persone.
Quando percepisco attenzione, entusiasmo e desiderio di ascoltare, capisco che quella fatica trova il suo senso. E spero di riuscire ad alimentare sempre questo desiderio.»

Dalla tua esperienza nella Chiesa locale, quali sono le risorse vive e spesso poco raccontate delle comunità cristiane? E quali fragilità, invece, risultano oggi più evidenti?
«Le vere risorse vive della nostra fede sono spesso quelle meno raccontate. Nelle parrocchie e nelle diocesi si tende a mettere in evidenza chi è più preparato, chi sa parlare, scrivere, organizzare, chi riesce a dare maggiore visibilità a ciò che fa.
Eppure, girando tra le comunità, mi rendo sempre più conto che ciò che tiene davvero viva la Chiesa non sono i nostri bei discorsi o le parole ben costruite, ma la gente quotidiana: quella che Papa Francesco ha chiamato la “santità della porta accanto”, il “santo della vita ordinaria”, persone che hanno fiducia e continuano a scommettere sulla Chiesa.
Vedo uomini e donne, adulti e anziani, che si danno da fare senza clamore: cucinano, sistemano, organizzano, si occupano di mille piccoli servizi. Persone semplici, spesso nell’ombra, che sono però il vero “combustibile” delle nostre parrocchie. Senza di loro, molte comunità semplicemente non esisterebbero.»

E quali fragilità, invece, risultano oggi più evidenti?
«Molto bella questa domanda. Le fragilità più evidenti della Chiesa sono quelle che nascono quando essa smette di essere ciò che dovrebbe essere e si ripiega su se stessa, diventando narcisista, autoreferenziale.
Fa male dirlo, ma quanto male facciamo quando cerchiamo i like, il consenso, l’approvazione, invece di essere davvero uomini e donne dello Spirito. È una tentazione profonda, che attraversa i nostri ambienti e che rischiamo continuamente di portarci dietro.
Eppure sono convinto di una cosa: alla lunga tutto viene alla luce. Chi ha scommesso solo sul proprio narcisismo, sul possesso, sugli applausi, non lascia traccia. Non lascia un segno vero.
Lascia invece un segno chi sa guidare con pazienza, chi sa sostenere, incoraggiare, dare entusiasmo, chi sceglie lo Spirito e non la logica della carne.»

Dal tuo osservatorio interno, quali cambiamenti culturali e sociali senti più incisivi sulla vita della Chiesa oggi? E in che misura la narrazione esterna riesce davvero a coglierli?
«Ciò che sento come il cambiamento più incisivo nella vita della Chiesa è la necessità di dare sempre più spazio allo Spirito. Ancora più spazio allo Spirito. La Chiesa rischia spesso di diventare una Chiesa mondana, segnata da una sorta di mondanizzazione che la allontana dall’essenziale.
Quando parlo di Spirito non mi riferisco soltanto alla preghiera o alla liturgia, ma anche a una sapienza umana capace di cogliere in profondità ciò che è autentico nella vita e nella fede. Il cristianesimo non è chiamato solo a proporre uno schema sociale: è importante che diventi cultura, esperienza umana e anche dimensione politica, ma tutto questo ha senso solo se rimane radicato nello Spirito.
Abbiamo bisogno di ricentrare la nostra esperienza dello Spirito contro ogni forma di mondanizzazione che ci fa perdere il nucleo della fede. E questo, come giustamente osservi, spesso la narrazione esterna non lo vede. Si concentra su temi pur importanti – il ruolo delle donne, le questioni legate all’omosessualità – ma rischia di leggerli in modo parziale, senza coglierne il fondamento.
Se questi temi non nascono da una vita centrata nello Spirito, nel Vangelo, nel servizio e nell’ascolto della Parola di Dio, rischiano di trasformarsi in ideologia. E l’ideologizzazione del cristianesimo è sempre un pericolo serio.
Ricordo un giornalista a cui provocatoriamente dissi: “Chissà se al prossimo Giubileo riuscirete a mettere la parola Dio nei titoli”. Mi rispose che “nella storia Dio non si vede, si vedono i cristiani”. È proprio qui il punto: la narrazione esterna spesso non coglie il cuore del mistero.
Sta a noi ricentrare continuamente lo sguardo. E questo è anche il luogo in cui possiamo incontrare l’uomo di oggi: non soltanto quello religioso, ma anche quello che non si accontenta della superficie e cerca profondità.»

Il video di te che suoni la chitarra in un incontro con i giovani ha mostrato un volto comunicativo e informale della Chiesa. Quanto è decisivo oggi il linguaggio, anche creativo e non convenzionale, per incontrare il mondo giovanile?
«I linguaggi sono importanti: quello della musica, dell’arte, della comunicazione in generale, fino all’universo del multimediale e dei social. Oggi la presenza sui social è un elemento significativo della comunicazione ecclesiale, così come lo sono nuove forme di proposta, di annuncio e di immagine.
La Chiesa è ricca di una tradizione straordinaria, ma questa tradizione non può essere custodita se non trova forme nuove per essere trasmessa. Abbiamo sempre più bisogno di questo.
Si può fare catechesi a partire dalle opere d’arte? Si può fare catechesi a partire dai romanzi, anche di autori non esplicitamente religiosi? Certamente sì, perché sono storie dell’uomo. Oggi c’è una grande attenzione alla musica, ai testi musicali, al cinema, ai dialoghi dei film, all’arte: tutti linguaggi che raccontano l’esperienza umana e che diventano strumenti preziosi di comunicazione.
Bisogna certamente fare attenzione a non lasciarsi “inglobare” dai linguaggi stessi, ma non c’è dubbio che il cristianesimo sia, in sé, un linguaggio e soprattutto un annuncio che si esprime attraverso molti linguaggi.
Se per annunciare il Vangelo è utile la musica, allora ci sia la musica. Non è necessario che sia il Vescovo a suonare la chitarra – come mi è capitato di fare una volta – perché questo non è il punto. Non servono preti cantautori o vescovi cantautori.
Ciò che conta è lo spirito che anima queste esperienze. La ricchezza del cristianesimo sta proprio nella sua cattolicità, nella sua universalità, cioè nella capacità di parlare attraverso una molteplicità di linguaggi.
Chi si chiude in un solo linguaggio rischia, alla fine, di perdere anche la profondità dell’umano.»

Nella pastorale contemporanea, cosa senti che non funziona più e cosa invece rimane essenziale e non sostituibile per la trasmissione della fede?
«Rimane insostituibile la Parola di Dio, così come la liturgia e la vita sacramentale della Chiesa.
Non tutte le forme tradizionali, da sole, sono sufficienti. Anche quando assistiamo a una riscoperta di alcune pratiche – come le processioni o le confraternite – esse vanno sempre evangelizzate. Non possono vivere di luce propria: hanno bisogno di essere riportate al cuore del Vangelo.
Devono “atterrare” nel messaggio centrale della fede e diventare carne nella storia degli uomini. Occorre sempre compiere questo passaggio: dall’annuncio e dalla tradizione della Chiesa alla vita concreta dell’uomo di oggi, perché è lì che si gioca tutto.
Le forme, infatti, cambiano. E devono cambiare. Oggi una catechesi esclusivamente frontale spesso non regge più: non intercetta davvero l’ascolto delle persone, soprattutto dei giovani.
La catechesi ha bisogno di ripensarsi, di partire da linguaggi più vicini alla gente, da temi fondamentali, e di trovare forme capaci di attrarre e coinvolgere. Serve anche una diversa attenzione ai tempi, ai ritmi, ai modi della comunicazione.
Questa è la grande sfida che abbiamo davanti.»

L’esperienza a Rignano Flaminio e a Orte in che modo continuano ad accompagnarti oggi?
«Sicuramente Rignano Flaminio, Orte e gli altri luoghi in cui sono stato mi hanno segnato profondamente e mi hanno fatto riscoprire la bellezza di essere Chiesa a trecentosessanta gradi. Essere Chiesa significa appartenere a un territorio, a una tradizione che va amata, custodita e portata avanti.
Penso, ad esempio, a tutte le tradizioni vive di Rignano Flaminio e di Orte. Lì ho cercato soprattutto di tessere relazioni, e ora qui mi ritrovo a ricominciare in parte da capo.
Eppure l’ambiente che ho trovato è sano, aperto, disponibile a questo stesso cammino. È questo che mi accompagna ancora oggi: l’esperienza che ho vissuto e che continua a orientare il mio modo di essere Chiesa.»

Nel tuo ministero, come vivi concretamente l’equilibrio tra prossimità alle persone e distanza necessaria al ruolo di guida?
«L’equilibrio me lo dà proprio il ruolo di Vescovo, e lo ritrovo nel momento in cui mi dedico all’intera diocesi, non soltanto ad alcuni.
Ci sono certamente situazioni che richiedono una cura più specifica, e su questo non mancano attenzione e presenza. Ma in questa fase iniziale del mio ministero cerco soprattutto di andare incontro alle persone, di accorciare le distanze. Per questo trascorro giornate intere nelle parrocchie, incontrando la gente, ascoltando, cercando di capire.
Capire l’uomo di oggi, la tradizione viva che qui esiste, e provare a custodirla e a farla crescere in ogni modo possibile: credo che questo sia il punto decisivo.
L’equilibrio, così, si costruisce poco alla volta. Ciò che sento forte è il desiderio di prossimità, di un dialogo aperto con una realtà ampia: trecentomila persone, due diocesi, centosessanta sacerdoti.
Ogni piccolo incontro va vissuto con intensità, perché è così che nascono relazioni che restano e che le persone poi cercano e custodiscono.
In queste prime esperienze ciò che più mi colpisce è vedere come le persone si sentano davvero privilegiate nell’essere incontrate dal Vescovo nella loro semplicità, e nel percepire una Chiesa che cammina con loro.
Questo, in fondo, lo sanno già: lo vivono attraverso i loro parroci. Ma quando accanto al prete sentono anche la presenza del Vescovo, che sostiene e non lascia solo chi ha responsabilità, allora tutto diventa più forte e più significativo.»

Da intenso lettore di libri e da amante della Cultura, qual è un libro che in questi anni ti ha accompagnata davvero, non solo letto ma ‘vissuto’? E che ruolo hanno oggi i libri nel tuo modo di guardare le persone e il mondo?”
«I libri hanno un ruolo importante, anzi importantissimo, nella mia vita. Mi hanno seguito in ogni trasloco: sono ben 140 i cartoni di libri che solo adesso ho dovuto risistemare e che, in realtà, non ho ancora finito di sistemare, perché per me devono trovare una collocazione secondo una certa logica. Sono parte della mia storia.
Per me la lettura è un’esigenza continua. Oggi faccio più fatica a leggere romanzi, anche se cerco comunque di seguire la cultura contemporanea, le novità editoriali, i vincitori dei principali premi letterari o, almeno, di conoscere le trame dei loro libri. Ma preparare le omelie, approfondire le catechesi e spostarmi continuamente tra le parrocchie richiede molto tempo, e riuscire a fare tutto, come ben puoi capire Italo, non è semplice.
Ci sono però libri che hanno segnato profondamente la mia vita. Da ragazzo, negli anni del liceo, ricordo Cambiare marcia. Mi colpì molto anche La storia infinita di Michael Ende, non tanto per la vicenda in sé, quanto per il fascino dell’esperienza che racconta: il passaggio dall’essere semplici lettori all’entrare davvero nella storia. Le storie, infatti, non sono qualcosa di esterno a noi. Per comprenderle bisogna entrarci dentro, abitarle, sentirsi protagonisti. Solo così una storia diventa capace di incidere nella vita e di generare qualcosa di importante.
Negli anni del seminario fui affascinato soprattutto dagli autori russi, in particolare da Dostoevskij. Durante il periodo del Covid ho riletto con grande piacere anche la Divina Commedia. Oggi, invece, sto approfondendo soprattutto i testi spirituali e gli scritti dei grandi predicatori, perché mi aiutano a trovare parole autentiche da trasmettere alle persone che incontro. Accanto a questi continuo a leggere saggi, per comprendere meglio la cultura di oggi e riscoprire il pensiero dei grandi teologi di ieri.»

C’è un momento della giornata in cui ti senti più ‘vero’ nel tuo ministero, al di là dei ruoli e delle parole ufficiali?”
«Non c’è dubbio: il momento in cui mi sento più me stesso è quando salgo all’altare. La liturgia è il luogo che amo di più. Indossare il camice e la stola, andare all’altare e cercare di trasmettere un messaggio coinvolgendo una comunità è una delle sfide più grandi e più belle del mio ministero.
Vivere la liturgia con profondità, scegliere le parole giuste, cercare di raggiungere chi mi ascolta e accompagnarlo in un percorso di fede mi dona una particolare intensità interiore. Vedere una comunità raccolta, in ascolto, in attesa di una Parola, è ciò che più mi emoziona e che mi dà maggiore soddisfazione.
Quello che mi piace di più è il passaggio dalla Parola annunciata alla Parola vissuta. Quando mi accorgo che ciò che è stato proclamato trova spazio nella vita delle persone, allora percepisco il senso più autentico del mio servizio. E vedere l’entusiasmo negli occhi di chi ascolta è il momento in cui mi sento più vero e più pienamente realizzato.»

Oggi, per te, cosa significa essere “Vescovo”?
«Significa essere stato scelto – e, a dire il vero, ancora oggi faccio fatica a rendermene conto – per una missione più grande di me, che supera la mia stessa vita. Sono Vescovo, ma ancora non riesco a usare questa parola con naturalezza: non mi appartiene del tutto. Forse perché continuo a sentirmi semplicemente un sacerdote chiamato a un servizio ancora più grande.
Essere Vescovo significa, prima di tutto, amare la Chiesa.
Tra i segni dell’ordinazione episcopale che porto con orgoglio e che, in un certo senso, hanno anche cambiato il mio modo di presentarmi – la croce pettorale, l’anello, la mitria, il pastorale – quello che sento più mio è l’anello. Non ho mai portato nulla: né collane, né anelli, né bracciali. All’inizio mi dava persino fastidio. Mi chiedevo: “Che cosa ci faccio io con un anello? Devo lavorare, muovermi, fare tante cose…”. Vedo che anche tanti sposi, quando devono fare lavori manuali, lo tolgono per paura di rovinarlo.
Eppure oggi è il segno che porto con più orgoglio e con maggiore consapevolezza. Mi ricorda che sono sposo della Chiesa, successore degli apostoli, discepolo di Gesù Cristo. Ho sposato la Chiesa non soltanto in un momento liturgico, ma nella vita di ogni giorno.
Questo vale sempre: quando celebro, quando incontro le persone, quando vado a fare benzina o entro in un bar per prendere un caffè. Sono Vescovo in ogni momento della giornata. E la gente ti riconosce e ti apprezza anche per questo.
Vivere tutto questo con naturalezza è ciò che mi dà più gioia e che sento più profondamente mio.»

Che cosa speri di imparare, nei primi mesi a Pescia e Pistoia, che oggi ancora non sai?”
«Spero di imparare ad avere pazienza e, soprattutto, ad ascoltare. Vorrei vivere accanto alle persone di oggi e imparare a parlare toscano. Non mi riferisco alle “c” aspirate: quello conta poco. Parlo del toscano come modo di pensare, di vivere, di sentire. Vorrei comprendere la cultura di questa terra, il suo carattere, la dignità con cui un popolo si riconosce nella propria regione.
È una realtà diversa da quella da cui provengo. Nel Lazio, in fondo, tutto ruota attorno a Roma. Qui, invece, percepisco un’identità territoriale molto forte, una ricchezza che desidero conoscere e fare mia. Questo mi affascina e mi richiama a un’attenzione nuova.
Cercherò di impararlo, perché ne sento davvero il bisogno. Il cristianesimo, infatti, non è una parola che si impone dall’alto: prende vita solo quando trova qualcuno disposto ad accoglierla. E per essere accolta, quella parola deve saper parlare la lingua del cuore delle persone.»

“Il cuore delle persone”. Alla fine, quello che resta di questo incontro con don Augusto Mascagna non è tanto il racconto di un nuovo incarico, quanto la sensazione di una continuità umana e pastorale che non si interrompe con i ruoli. È l’impressione di una Chiesa che si misura più con le persone che con le definizioni, più con la vita concreta che con le formule. E l’augurio, semplice, è che questo cammino possa restare fedele a questa direzione: quella di una presenza capace di ascoltare, accompagnare e non perdere mai il contatto con la realtà delle persone.

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