Cultura è nutrimento. Da sempre. È una parola, infatti, che deriva dal verbo latino colĕre, ovvero coltivare. In origine, si riferiva soprattutto alla cultura agrorum, cioè la coltivazione e la cura della terra. Ma la nozione di cultura col tempo si trasforma e, grazie all’affermazione del pensiero filosofico classico, la cultura agrorum diventa cultura animi, cioè quella che Cicerone definì coltivazione dell’anima. Dunque, un processo continuo di cura, crescita e trasformazione per nutrire lo spirito, proprio come l’agricoltore prepara, nutre e fa fiorire il proprio campo. Un bene essenziale che, ieri come oggi, tiene in vita i singoli individui e, nella loro forma aggregata, le comunità.

Questa idea di cultura attraversa tutta la storia moderna occidentale, spesso sovrapponendosi alla nozione di civiltà. La cultura, infatti, non costituisce un’eredità innata o biologica, ma sociale poiché è l’insieme di valori, credenze, conoscenze e comportamenti che vengono appresi e trasmessi anche grazie all’interno di gruppi sociali e attraverso lo strumento della memoria. Perché promuovere la cultura significa alimentare non solo la propria anima, ma anche la memoria di una comunità.

Questo vale ancor di più per i piccoli e medi comuni, come quelli della Valle del Tevere, perché la cultura è una delle armi per sopravvivere allo spopolamento. Promuovere e valorizzare il patrimonio culturale di un paese porta i cittadini a sviluppare un senso di appartenenza, un’identità locale, e a decidere di restare per investire sul proprio territorio. Chiudere un teatro, una biblioteca, un museo – insomma mettere a tacere la cultura – non significa solamente serrare delle porte e far ammuffire locali che dovrebbero portare boccate d’aria fresca, ma vuol dire firmare l’atto di morte del futuro di quei paesi.

E quando si rischia concretamente di perdere la memoria di un’intera comunità, allora forse ci si rende davvero conto di quanto questa affondi le radici proprio nel suo patrimonio culturale. È il caso della cittadina di Niscemi, in Sicilia. Non si può dimenticare la terribile frana che gettò i suoi abitanti nella disperazione circa sei mesi fa. E proprio lì, sull’orlo del precipizio, si trova ancora oggi la biblioteca “Angelo Marsiano”. La scrittrice Stefania Auci lanciò un appello per salvare i 4.000 volumi al suo interno dato che «la cultura è un bene comune e accettare che sprofondi significa lasciar cadere, e quindi perdere, un pezzo di civiltà», aveva affermato. E aveva ragione. Perché quei volumi custodiscono e ricostruiscono la storia di Niscemi. Un patrimonio, dunque, non solo culturale, ma identitario. Infatti, Auci nel suo appello parla di un rischio che trascende la perdita materiale: «Il pericolo è di perdere due tipi di memoria, quella dei singoli, travolta dallo scempio delle case sventrate, e la memoria collettiva custodita in quella biblioteca». Ad oggi sono stati recuperati circa 350 libri. Parte della storia di Niscemi può considerarsi salva.

Ma se la cultura porta con sé l’importante e necessario proposito di perpetuare la memoria di un paese o di una città affinché nessuna collettività cada nell’oblio, perché è sempre il primo settore a subire tagli e dimenticanze? Sicuramente, incide il fatto che le spese culturali di un comune sono discrezionali e non obbligatorie: sta quindi alla volontà politica di ogni comune decidere quanto e come investire sulla cultura, facendo anche rete con le associazioni locali. In realtà, quello che spesso non si tiene a mente è proprio il possibile e fruttuoso ritorno economico che la cultura può dare alla comunità, oltre ovviamente al più nobile proposito sopra citato. Infatti, il recente rapporto “Io sono cultura” (2025), redatto da Fondazione Symbola, dimostra che la cultura ha un effetto moltiplicatore sul territorio, pari a 1,7 euro: questo significa che per ogni euro prodotto dalle attività culturali e creative, se ne attivano quasi il doppio nei settori collegati. La cultura sarebbe quindi una sorta di motore di rigenerazione territoriale.

È chiaro che per i piccoli comuni tutto questo sia più difficile da attuare. Ma non impossibile. Le associazioni culturali sono numerose sul nostro territorio e il loro operato è spesso encomiabile. Ma hanno bisogno anche di aiuti concreti. E poiché ogni comune può decidere le sorti della cultura di un paese, è bene che rifletta su quanto questo settore possa portare enormi benefici alla comunità. «I comuni possono fare molto per sostenere la cultura», si legge sul sito di Openpolis, dove si può conoscere quanto ogni amministrazione investe sul settore (dati consuntivi di Openbilanci). Di seguito, si riporta la spesa pro capite per tutela dei beni culturali (ultimo anno, 2021) – escludendo i fondi straordinari – per ogni comune della Valle del Tevere.

-Campagnano di Roma: 11.561 abitanti (11,88 euro)

-Capena: 10.799 abitanti (0,05 euro)

-Castelnuovo di Porto: 8.564 abitanti (23,89 euro)

-Civitella San Paolo: 2.049 abitanti (33,9 euro)

-Fiano Romano: 15.688 abitanti (8,88 euro)

-Filacciano: 461 abitanti (64,31 euro)

-Formello: 13.070 abitanti (39,61euro)

-Magliano Romano: 1.397 abitanti (35,57 euro)

-Mazzano Romano: 3.119 abitanti (11,63 euro)

-Morlupo: 8.689 abitanti (10,04 euro)

-Nazzano: 1.395 abitanti (56,36 euro)

-Ponzano Romano: 1.140 abitanti (2,32 euro)

-Riano: 10.649 abitanti (2,52 euro)

-Rignano Flaminio: 10.328 abitanti (2,2 euro)

-Sacrofano: 7.799 abitanti (21,61euro)

-Sant’Oreste: 3.648 abitanti (12,14 euro)

-Torrita Tiberina: 1.056 abitanti (0 euro)

(«Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati», Openpolis).

Se si fa una media ponderata, cioè pesata sulla popolazione, si arriva a 14,50 euro pro capite nell’anno 2021. Siamo quindi al di sotto della media nazionale che, per lo stesso anno, si attesta intorno ai 20 euro a cittadino (Istat). Chissà se in questi anni c’è stato un aumento: lo scopriremo con i prossimi bilanci. Intanto, non aspettiamo che un evento disastroso come la frana di Niscemi ci faccia comprendere quanto la cultura sia importante per la nostra comunità. Preoccupiamocene ora, ora che si può fare ancora qualcosa, già consapevoli di quanto le attività e le sedi culturali spesso scarseggino sul nostro territorio. Perché, forse, per un bene inestimabile come la cultura ci meritiamo di più di 14,50 euro a persona.

Filacciano.
Formello.
Castelnuovo di Porto.
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