La guerra vista negli occhi dei bambini e vista con gli occhi dei bambini. Un tema delicato al quale non vorremmo dover dar voce. Eppure in questi ultimi giorni riecheggia con il suo ingombrante suono: quello delle sirene, ad esempio, e delle bombe e dei pianti delle persone che scappano da una rabbia senza senso verso un destino incerto.

E i bambini? (Ri)pensare gli episodi dei quali apprendiamo le notizie nelle ore che passano mettendoci alla loro altezza, smuove gli animi con una comune angoscia composta da impotenza e senso di ingiustizia.

A cosa stanno assistendo i bambini? Cosa stanno apprendendo? È giusto parlare con loro della guerra? Sono domande difficili che hanno una valenza educativa di portata esponenziale e alle quali è doveroso dare risposte importanti.

“Dovremmo imparare dal coraggio dei bambini”.

Nelle scuole si susseguono gli atti di solidarietà spontanea con la raccolta di generi di prima necessità. E sulle pagine dei social ci si imbatte con sempre maggiore frequenza in disegni di bandire della pace o, di nuovo, di arcobaleni pieni di speranza.

É giusto, sì. È giusto che le cose brutte possano essere affrontate guardando al bello. Ai gesti di solidarietà, appunto, come alle parole di cura e gentilezza che dovrebbero riempiere i sorrisi di tutti i bambini. I nostri bambini ascoltano tutti i giorni le cose non dette dagli adulti. Le immagini delle guerre non sono purtroppo l’eccezionalità ma sono frequenti riferimenti a episodi che in ogni parte del mondo continuano ad avvenire. Cosa c’è di potente nel caso specifico delle guerra in Ucraina? Che ha colto il mondo degli adulti, già provato dagli effetti della pandemia Covid-19, incredulo.

Per provare a mettere ordine fra le riflessioni sulla guerra e i bambini è interessante condivdire le riflessioni del pedagogista Daniele Novara che già molto ha saputo comunicare efficacemente durante il lockdown.

La guerra è un fenomeno molto lontano sul piano cognitivo dal mondo dei bambini. Ci sono contenuti sostenibili su piano neurocognitivo e neuroemotivo, altri non sostenibili. Almeno fino a 7-8 anni è meglio proteggerli: a quell’età, i bambini non hanno il senso della distanza e non possono comprendere quanto i bombardamenti avvengano vicini o lontani da noi.

Dai 9-10 anni si può iniziare a parlarne, tenendo lontane le immagini di distruzione e di morte. Non abbiamo nessun vantaggio nel creare il panico nei nostri bambini.

I due anni di pandemia ci hanno dato prova che, se l’ambiente è ansiogeno, i bambini diventano ansiosi, possono fare confusione, pensare di essere in pericolo. E, quando un bambino pensa di essere in pericolo, dal punto di vista emotivo, si attivano corti circuiti non indifferenti che possono impedire di vivere normalmente.
Entra in uno stato di contrazione emotiva che produce anche uno stato di contrazione psicologica e cognitiva. Potrebbe iniziare a dormire male e avere attacchi di aggressività. 

I nostri bambini sono già molto provati dalla pandemia che li ha sottoposti alle più gravi restrizioni, tuttora in vigore.

Se ora aggiungiamo la guerra in Ucraina, raccoglieremo i nostri figli e nipoti col cucchiaino! I bambini hanno bisogno di leggerezza.

Ho l’impressione che, in generale, come società adulta abbiamo perso la cognizione di quale sia la percezione della vita e della realtà di un bambino.
Dobbiamo davvero metterci in testa che i bambini non sono come noi, dovremmo avere molto più rispetto. 

 

La guerra a scuola

La nostra Costituzione contiene un messaggio molto chiaro, di facile comprensione da parte dei bambini: l’Italia ripudia la guerra. Vorrei invitare tutti gli insegnanti a far dipingere dai loro alunni l’articolo 11, così che ogni scuola diventi un monumento parlante di questa scelta di pace. Un errore che deve essere assolutamente evitato è mettere in relazione la guerra con i litigi tra bambini.

Negli occhi dei bambini c’è il futuro del mondo.

È assolutamente sbagliato dire: “È come quando tu litighi con i tuoi compagni”. Si tratta di terrorismo educativo. 

La guerra è violenza, distruzione totale, non c’entra niente coi litigi dei bambini, coi conflitti tra ragazzi. Anzi, come insegno da sempre, più bambini e ragazzi imparano a litigare bene, più avremo persone contro la guerra. È imparando a gestire i conflitti che si riduce la violenza. Il vero antidoto a guerra e violenza è la capacità di gestire bene i conflitti che va educata fin da piccoli.

La guerra e i social

Tra i tanti poteri del web certamente vi è quello di “accorciare le distanze” e di rendere accessibile qualsiasi notizia in maniera approfondita. Da tempo i ragazzi sono a contatto con immagini di guerra. Si pensi alla Siria e all’Afghanistan: in quel caso, i nostri ragazzi hanno potuto vedere i tagliatori di teste!

Da sempre, come pedagogisti, diciamo ai genitori di non cenare con la televisione accesa, specie sui notiziari. 

La guerra e la memoria

È il tema centrale: i giovani di oggi in Europa non vivono una guerra da due generazioni. In Europa si muore più di Covid che di guerra e questa è una novità storica. I ragazzi hanno dunque una memoria senza guerra e non sono disposti a praticare qualcosa che ormai è uscito dall’immaginario genealogico.

Quando nel 2000 andai ad aiutare i bambini in Kosovo, mi resi conto che la memoria genealogica della guerra in loro era molto forte e questo creava, a livello mentale e psicologico, delle disponibilità neurocerebrali, come dire: “lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo”.

Nella Comunità europea la memoria della guerra si è spenta, creando al suo posto una memoria positiva dei vantaggi della pace. Più complessa è la situazione in Russia, dove guerre ci sono state anche recentemente ed esiste dunque come un’attitudine che crea un immaginario di un certo tipo. La guerra, fortunatamente, non è nel nostro immaginario e dobbiamo respingere ogni possibilità che ci torni.

Genitori e insegnanti hanno la responsabilità di non lasciarsi loro stessi travolgere, di non diventare vittime a loro volta di quello che è uno dei primi scopi della guerra: creare paura e una sensazione di impotenza” Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP.

(Articolo di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP, pubblicato da Avvenire martedì 1 marzo 2022)

E i piccolissimi? I bambini delle scuole dell’infanzia? Lasciamo loro il diritto di non dover per forza parlare della guerra, lasciamo loro il diritto di essere anime libere.