Domani sera 14 agosto 2025, come da oltre trecento anni a questa parte, a Capena va in scena la Processione dell’incontro, evento clou dell’estate.
La narrazione, uno storytelling ante litteram, è strutturata per suscitare emozioni ancestrali come la perdita di un figlio, toccare il cuore di madri e nonne, ritrovare armonia nella vita della comunità.
“Una solenne processione – scrive Stefano Speranza in un articolo sul suo blog di ricerche sulla storia capenate Olivecrona’s blog – che metteva simbolicamente in scena, tramite l’incontro tra confraternite, una sorta di riconciliazione, di riappacificazione, chiamando la comunità alla “pace” e all’unità, un momento di catarsi tale da attenuare le tensioni che percorrevano il corpo sociale del paese”.

Trecento anni dopo il rito si ripete sempre uguale
Il rito si ripete. La sera del 14 le due macchine da cinque quintali, una con l’immagine dell’Assunta e una con quella del figlio, il San Salvatore, arrivano a via IV Novembre dai lati opposti del paese. Nell’istante in cui la Madre vede in lontananza il figlio smarrito – come previsto dall’antico brogliaccio di questa rappresentazione – inizia la corsa degli incollatori a simulare la gioia del ritrovarsi.
Una corsa a perdifiato per arrivare all’abbraccio nei pressi della chiesa di S. Antonio Abate proprio a metà della via. Chi ha immaginato e codificato ogni sequenza dell’Incontro, sapeva il fatto suo: in pochi minuti, pochissimi, la massa dei presenti doveva diventare, e diventa ancora oggi, un corpo unico.
La gioia degli incollatori, dei loro famigliari perché tutto è andato bene, l’incontro reale, gomito a gomito, lacrime e sudore condivisi, del popolo e della autorità, un senso di festa e liberazione. La conferma della devozione della comunità ai santi, e al potere della Chiesa.
Geniale l’oscuro sacerdote, forse di origine siciliana, che ha messo in scena tutto questo spettacolo tanto di fede quanto di pragmatica capacità di governo.
La Processione come tregua
Chi ha scritto il copione infatti andava oltre, voleva che la manifestazione rappresentasse un momento di pace e concordia tra la popolazione. In quegli anni, parliamo della fine del ‘600, la comunità della minuscola Capena era riottosa verso l’autorità del Papa Re, e alquanto litigiosa al suo interno: dava un gran daffare a giudici, notai, magistrati.
Fioccavano liti per i confini, perenne il conflitto tra allevatori e agricoltori, infinite le questioni di eredità’. La Processione stabiliva dunque anche una tregua, l’augurio di un ricominciare in concordia e pace.
Il grido di pace
Pace: un tema che oggi, oltre 300 anni dopo, preme nelle case di ognuno. Siamo circondati da guerre di antica ferocia, guerre non dichiarate di cui però paghiamo i costi con angoscia quotidiana, guerre dove per uccidere si fanno stragi, guerre che hanno rispolverato la fame come arma letale. Guerre che seminano, da almeno due anni, odio a mano bassa tra i popoli. Guerra planetaria che si vorrebbe trasformare in conflitto di civiltà. Guerre che nessuno di noi ha mai scelto di fare, guerre subite rispetto alle quali siamo increduli e attoniti.

Il messaggio dell’Incontro
Contro tutto questo brutto sentire e vedere, l’Incontro reca in sé un messaggio potente. In un piccolo libro del 1930, meno di cento anni fa, “Capena Doviziosa”, scritto da Vincenzo Conti – una rara copia dovrebbe essere disponibile nella biblioteca comunale – si riporta che, al momento in cui avveniva l’incontro, il popolo che vi assisteva invocava “pace”. Dunque l’inquadratura finale di allora contiene i fuochi d’artificio, gli abbracci tra incollatori e autorità e il grido “pace” che sale come un urlo a chiudere il focus della festa. Non male e terribilmente contemporaneo. Anhe se da anni questa usanza si è dimenticata.

Sacralità erosa dai nostri tempi veloci
Oggi che la sacralità dell’evento è erosa dai nostri tempi veloci andrebbe ripreso. Come nel caso del trasporto della macchina di S.Rosa a Viterbo, sembra prevalere l’aspetto turistico, della spettacolarità fine a se stessa, tutto si consuma, quasi si sbriga come fosse un video di Tik Tok, in quei dieci minuti dell’incontro, i fuochi che illuminano la via, poi via di corsa a casa per sfuggire il caldo estivo, si torna frettolosamente al fresco dell’aria condizionata.
Il sacro resiste nel rispetto dei riti da parte della pattuglia degli Incollatori, come nelle donne che da questa sera partecipano alle novene nella sede dove i due santi aspettano di partire per l’incontro di domani. Ma l’impressione è che siano una piccola isola, immersa nel mare della distanza. Prevale il lato consumistico del turismo mordi e fuggi. Due foto del momento centrale e via. Ma chi ha immaginato, codificato questo evento tre secoli fa voleva molto di più. Un momento di consapevolezza religiosa e anche “politica” nel senso più alto della parola. Sarebbe bello domani sera riprendere quel messaggio e che dalla piazza tornasse ad alzarsi l’antico urlo di pace e ancora pace. Valore della Chiesa e del popolo laico. Non accadrà ma lanciare il sasso è già un atto, necessario, di resistenza.





