Buio. Fame. Solitudine.
Sono paure che terrorizzano gli adulti. Per Alfredino Rampi, sei anni appena, diventarono uno spaventoso e reale incubo nella notte che sconvolse l’Italia intera.
È il 10 giugno 1981 quando il piccolo cade in un pozzo artesiano a Vermicino, alle porte di Roma. Un foro strettissimo, profondo decine di metri, dal quale non riesce più a uscire. Da quel momento inizia una corsa contro il tempo che tiene milioni di italiani incollati alla televisione. Per la prima volta il dolore di una famiglia entra nelle case del Paese in diretta, senza filtri.

Per giorni si lotta contro la terra, contro il tempo e contro la disperazione. Da lassù arrivano le voci dei soccorritori che cercano di rassicurarlo. Da laggiù, nel buio, c’è un bambino stanco, spaventato e solo.
Tra le persone che seguono con angoscia i tentativi di salvataggio c’è anche il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Quando raggiunge Vermicino, non lo fa come un capo di Stato distante, ma come un nonno profondamente colpito dalla tragedia. Resta sul posto per ore, partecipa all’attesa, condivide il dolore della famiglia e quello di un’intera nazione che spera ancora nel miracolo.

E poi c’è Angelo Licheri. Non è un vigile del fuoco, non è un tecnico specializzato. È un semplice tipografo sardo che decide di offrire il proprio aiuto. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno viene calato a testa in giù nel pozzo di soccorso scavato accanto a quello in cui si trova Alfredino.
La roccia gli lacera il corpo, il passaggio si restringe sempre di più, ma lui continua a scendere. Quando finalmente raggiunge il bambino, gli pulisce il viso dal fango, gli libera la bocca dalla terra e gli parla con dolcezza. Cerca di confortarlo, di fargli sentire che non è solo.
Per lunghi minuti tenta di agganciarlo e di riportarlo in superficie. Ci prova una volta, poi un’altra ancora. Ogni tentativo fallisce per pochi centimetri. A un certo punto riesce perfino ad afferrarlo, ma non basta.
Prima di risalire, sapendo che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che qualcuno avrebbe potuto raggiungerlo, resta accanto ad Alfredino. Lo accarezza. E gli dà un bacio.

Il bambino non verrà salvato. Ma quella tragedia lascerà un segno indelebile nella memoria collettiva degli italiani. Il coraggio di un volontario, il dolore di una famiglia, la commozione di un Presidente della Repubblica e la sorte di un bambino di sei anni si intrecciarono in una storia che, ancora oggi, continua a stringere il cuore.
Un bambino che non abbiamo più dimenticato.




