"Hikikomori" è una parola giapponese che significa letteralmente "stare in disparte".

E Coraline piange

Coraline ha l’ansia

Coraline vuole il mare

Ma ha paura dell’acqua

E forse il mare è dentro di lei

E ogni parola è un’ascia

Un taglio sulla schiena

Come una zattera che naviga

In un fiume in piena

E forse il fiume

È dentro di lei.”

 

 

“Hikikomori” è una parola giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”. Con questo termine si fa riferimento ai più giovani che scelgono di isolarsi dalla società per vivere nella solitudine della propria stanza. Le ragioni di tale scelta possono essere innumerevoli ma hanno tutte una base comune: la sensibilità. Le persone altamente sensibili, se non circondate da anime affini e dall’ambiente più adatto, possono rivelarsi anche le più fragili. Sono una forza della natura ma i traumi possono essere fatali per loro. Un sussurro di aiuto è tutto quello che sentirai dalla loro bocca, perché di gridare non sono capaci. E, allora, si chiudono, si ritirano in un mondo interno, inaccessibile e, ai loro occhi, sicuramente migliore di quello esterno. Hanno perso la voglia di cambiarlo, il mondo. Gli hikikomori sono anche persone estremamente intelligenti e spesso creative e, come tali, sono inclini al pensiero, al troppo pensiero. Ma troppi pensieri possono fare male. Troppi pensieri possono isolare, affliggere, deludere fino a farti scomparire.

È un fenomeno che nasce in Giappone, quello degli hikikomori, ma non possiamo negare che sia un fenomeno in larga espansione anche in Italia.

E se in Giappone, col suo sistema autoritario ed estremamente rigido e rigoroso, gli hikikomori sono oltre un milione, in Italia il numero di ragazzi coinvolti si aggira attorno ai 100 mila. E purtroppo sembra essere un numero in aumento.

 

Un sussurro di aiuto è tutto quello che sentirai dalla loro bocca, perché di gridare non sono capaci.

 

Ritiro sociale in adolescenza

Ho posto alla dott.ssa Silvia Masci, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, specializzata nei disturbi specifici dell’apprendimento e dello sviluppo cognitivo e nelle valutazioni neuropsicologiche, alcune domande per cercare di capire meglio cosa può celarsi dietro quelle mura d’acciaio in cui si rifugiano gli hikikomori.

Dottoressa Masci, poiché quello di cui stiamo discutendo è un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani, può delinearci, brevemente, le fragilità che oggi può vivere un adolescente nel mondo?

L’adolescente di oggi è immerso, come noi, in relazioni senza corpo: siamo distanti senza essere mai soli. E questo, in gran parte, è dovuto ai social network. Premetto che la bassa autostima è uno dei punti cardine di molte psicopatologie e questa può derivare certamente anche dalla comparazione con l’altro. Nel mondo dei social quello che vedi è un grande numero di persone eccellere in qualcosa. È tutto fantastico, vero? E allora il ragazzo di oggi si ferma a chiedersi: ‘E io? Che so fare? Il mio talento dov’è?’. La competizione è a più livelli, in scala molto più ampia.

 

Cosa intende per scala più ampia?

Prima il confronto tra i pari lo sentivi soltanto con quei 20-30 ragazzi che frequentavi all’interno del tuo quartiere. Oggi il confronto lo si ha col mondo e contro questo come vinci? Troverai sempre qualcuno migliore di te. Lo percepisco tanto con i ragazzi che seguo. Mi dicono, ad esempio: ‘Mi piace il disegno. Disegno ma poi vedo la mia amica che è molto più brava di me e allora penso: ‘Per quale motivo devo disegnare se poi lei è più brava?’. Io le rispondo facendo questo parallelismo e le dico: ‘Ok, esiste qualcuno più bravo di te ma questo non vuol dire che tu non possa inseguire la tua passione. È come dire a Daniele De Rossi che avesse dovuto rinunciare a giocare a pallone perché c’era Totti. Tu diresti a De Rossi che non è in grado di giocare a calcio?’. Si può essere bravi a prescindere che esista qualcuno di più bravo. Ora sembra che tutto il nostro valore personale dipenda dalle nostre prestazioni: se io vinco la competizione allora valgo qualcosa, altrimenti no. E questo genera uno stress incredibile.

 

A questo proposito, c’è una canzone molto bella dei Måneskin intitolata ‘Coraline’ che cita:

“E la gente dirà: ‘Non vale niente non riesce neanche a uscire da una misera porta’”.

Ecco, nel nostro caso, come possiamo tradurre una frase del genere rapportata a un adolescente ritirato socialmente?

Si tratta di una domanda molto complessa, perché può essere analizzata alla luce di molteplici sfaccettature. Mi fa pensare molto al tema del giudizio. La paura del giudizio dell’altro è un tema che appartiene un po’ a tutti noi ma se la pensiamo rapportata ad un adolescente ritirato socialmente dobbiamo intenderla come una paura costante che egli vive.

 

E quando, questa paura, può trasformarsi in ritiro sociale?

Se ragioniamo sulla paura di fallire, sulla paura di essere giudicati per i propri insuccessi, per le proprie mancanze, in un ragazzo questi pensieri possono diventare così tanto esponenzialmente alti da portarlo a ritirarsi socialmente. Ci può essere la paura di non essere all’altezza delle aspettative dell’altro, o anche la paura di non essere all’altezza delle proprie aspettative; di non riuscire a sfruttare le proprie potenzialità; di non riuscire a raggiungere quello che si vuole nella vita.

Il più delle volte questi ragazzi hanno anche degli standard personali molto alti. A volte sono imposti esternamente, e quindi dalla famiglia o dalla società, ma tante volte sono autoimposti. Se io mi prefisso che per essere adeguato nel mondo devo essere il migliore, chiaramente, qualora la mia prestazione sia nella norma, la interpreto come un fallimento.

 

Ma perché scegliere l’isolamento?

Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di paura. La paura è un’emozione di base. Le persone, dal bambino all’adulto, davanti alla paura adottano due modalità di funzionamento: o attaccano o fuggono. Quando siamo davanti a un orso bruno, ad esempio, o attacchiamo e cerchiamo di difenderci oppure scappiamo. Allo stesso modo, quando la paura diventa così alta e io mi rendo conto che non ho gli strumenti per affrontarla che faccio? Evito, fuggo, scappo, mi ritiro. Questo è uno dei meccanismi di difesa della paura. È quindi la paura che muove questo evitamento. A furia di evitare non affronto la paura: fuggo. Allora lei si ingigantisce al punto che nella mia testa, nei miei pensieri, diventa sempre più grande e insormontabile. L’unica via che ho diventa quella di ritirarmi, di evitare e, quindi, di chiudermi in quella stanza.

 

Come può un genitore aiutare un bambino/ragazzo che si sta ritirando socialmente?

Bisogna entrare nell’ottica che il disagio psicologico è equiparabile a quello fisico. Dire ad un ragazzo che si sta ritirando socialmente frasi come: ‘Dai, smettila! Basta pensare male! Tirati su! Finiscila di avere questi brutti pensieri! Esci! Divertiti, svagati…!’ equivale a dire a una persona che è impossibilitata al movimento: ‘Alzati, su! Cammina!’. E questa è una frase non solo altamente improbabile ma che generebbe nell’altro un alto grado di sofferenza. Ma su un disagio psicologico diventa difficile concepire l’idea che non ce la si si può fare da soli, quando in realtà è così. Per prima cosa direi quindi di rivolgersi a uno specialista.

 

Oltre allo specialista, cosa fare?

Ci sono due termini che trovo molto profondi: empatia e comprensione. Cerchiamo di metterci nei panni di un figlio che si sta ritirando. Cerchiamo di accogliere il suo dolore, di comprenderlo. Ricordiamoci sempre che abbiamo davanti una persona che soffre e non che sceglie di soffrire. Non è una scelta il dolore psicologico, così come non lo è quello fisico. Cominciamo noi a fargli vedere che il mondo non è sempre pronto a criticarlo, a punirlo, a svalutarlo per una sua difficoltà, per una sua alta sensibilità o per una sua mancanza di strumenti per fronteggiare le sfide. Cerchiamo di essere noi il primo cambiamento: facciamogli vedere che esiste un mondo che lo può accogliere e comprendere. Cominciamo da dentro casa.

Ringraziando la Dott.ssa Silvia Masci per la sua disponibilità, vi riporto l’indirizzo di posta elettronica a cui potete scrivere per parlare direttamente con lei: silviamasci24@gmail.com

 

Ecco, a volte, come si evince da ciò che è stato appena detto, la sensibilità può essere una condanna, è vero. Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, notiamo anche che è proprio lei lo strumento attraverso cui siamo in grado di captare l’inumana bellezza che questo posto chiamato mondo è capace di offrirci.