Aprile 22, 2026

Quanti David vincerà il film “Le città di pianura”?

Transitato lo scorso anno per la prestigiosa vetrina di Cannes (Un certain regard), e ora candidato a ben 16 David di Donatello, Le città di Pianura, opera seconda del regista veneto Francesco Sossai (già autore di Altri cannibali) è assurto a vero e proprio caso cinematografico italiano. Perché dopo aver conquistato la critica, il film di Sossai ha convinto a pieni voti anche il pubblico. Grazie a un passaparola entusiasta e a quella sottile capacità di raccontare la periferia italiana con un sincero mix di interferenze e ambiguità. Un on the road fuori dal tempo e all’interno di esistenze sgrammaticate ma profondamente vere.

La storia segue infatti due improbabili e spiantati cinquantenni,Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), in un viaggio sognante e sovversivo, alla ricerca del bicchiere della staffa, volontà ultima di soddisfare una voglia di bere che va ben “oltre la sete”. Diretti all’aeroporto di Venezia (che poi in realtà è Treviso) per recuperare il loro storico amico Genio, fuggito in Argentina per un giro d’affari finto male e un bottino disperso chissà dove e ora di ritorno nella madre patria, lo sgangherato duo accoglierà a bordo anche Giulio (Filippo Scotti), esimio studente di architettura fin troppo ingessato nel suo rapporto con il quotidiano. Ragazzo del mondo contemporaneo alla timida ricerca di un proprio posto nel mondo.

E così tra scambi leggeri e riflessioni più ponderate, stop e ripartenze, il trio attraverserà quelle città di pianura in fermento industriale ma pur sempre simbolo di una solitudine endemica. La malinconia sprezzante di un territorio che sprofonda nella sua “utilità marginale” e poi riemerge grazie al carattere sincero e graffiante dei suoi affabili protagonisti. Una sorta di percorso riabilitativo, tra ricordi vividi e proiezioni oniriche, in cui l’acculturato Giulio sarà esistenza da svezzare, mentre i due sgangherati amici diverranno saggi mentori in grado di indicare il senso della vita, o i segnali della Divina provvidenza. Godereccionel senso stretto del termine, il viaggio dei due diventerà cosìballata a tre, costruzione lenta di un vivere alla giornata che indica la vera meta nell’estemporaneità del percorso.

Francesco Sossai firma un’opera ammaliante, sostenuta da un grande terzetto di attori, che parla invariabilmente di marginalità e centralità esistenziali, e le loro relative manifestazioni. A cominciare proprio dai piaceri del corpo e della mente, quelli che bicchiere dopo bicchiere, chilometro dopo chilometro, riescono a illustrarci la via con maggiore lucidità. Non nel senso letterale del termine, ma da un punto di vista prettamente esistenziale. Una ballata country che è a un tempo ritratto e caricatura della collettività, specchio deformante e misurato di una periferia pianeggiante che può rivelarsi coefficiente di monotonia così come di esuberante creatività. Nella perfetta sintesi visiva del Memoriale Brion, dove memoria, architettura, e poesia si fondono per dare voce a uno spazio che diventa metafora di speranza e fatalità. Un inno alla vita e alla spensierata ricerca di un ultimo bicchiere. Purché non sia analcolico.

Elena Pedoto

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