Accoglienza diffusa e associazioni locali, il vero binomio vincente

Da qualche mese fra Rignano Flaminio e Riano opera il Consorzio Meeting Point, una interessante realtà di operatori specializzati nell’accoglienza.

Si tratta di un CAS (centro di accoglienza straordinario) gestito in modalità diffusa e quindi diversa da quanto accade normalmente.

“Diffuso” significa che i rifugiati e richiedenti asilo non vivono tutti assieme in un unico immobile, ma sono alloggiati a piccoli gruppi in appartamenti, in un modo che da un lato consente un’accoglienza più dignitosa, dall’altro riduce i rischi di speculazione e ghettizzazione.

I richiedenti asilo e rifugiati politici sono in tutto 37, si tratta per lo più di nuclei famigliari, in cui i bambini frequentano la scuola dell’obbligo, mentre i più grandi seguono dei percorsi di formazione e inserimento lavorativo.

Il consorzio Meeting Point organizza poi corsi di italiano, aperti anche ad altri stranieri che vivono nella nostra area, e lezioni per il conseguimento del titolo di licenza media, aperte a tutti gli interessanti e non solo ai beneficiari del progetto.

La presenza di questi ospiti non ha mancato di coinvolgere diverse associazioni attive in paese. Fra queste, Vicolo Libero (che ha organizzato la partecipazione di alcuni rifugiati ai corsi di Informatica in lingua inglese), Avventura Soratte (in particolare William Sersanti), Nuovo Spazio Nascita e, non ultima, la Parrocchia di Rignano Flaminio.

Ieri, il consorzio ha partecipato a un incontro presso l’istituto Nervi a Rignano Flaminio, con una lezione su Diritto di Protezione Internazionale, richiedenti asilo, rifugiati e modalità di accoglienza che ha suscitato molto interesse fra gli studenti.

Una bella occasione di confronto, in cui Jaafar, un ragazzo ventenne di nazionalità irakena ha accettato di condividere la sua esperienza.

La riportiamo qui sotto per i lettori del Nuovo.
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“Jaafar è entrato a scuola intimidito e preoccupato ma ne è uscito con il sorriso e con il cuore pieno di calore. Questo di seguito è il “canovaccio” della testimonianza che Jaafar aveva preparato in italiano che poi è stato molto di più perché la situazione gli ha permesso di aprirsi e raccontarsi con sincerità, senza remore.

“Mi presento: sono Jaafar, vengo dall’Iraq e ho 20 anni. Ho chiesto la protezione internazionale in Italia perchè ho dovuto lasciare l’Iraq visto che mia madre e noi due fratelli siamo stati minacciati di morte.

Non è facile essere un richiedente asilo, non è facile essere un rifugiato. Io vorrei non doverlo essere.  I problemi che sto affrontando come straniero, richiedente asilo sono: La difficoltà di costruire rapporti con gli italiani stessi sia con le ragazze che con i ragazzi per tanti motivi come la difficoltà linguistica, la differenza culturale e il pregiudizio nei confronti dei rifugiati arabi.

Anche io ho paura dei terroristi, come l’avete voi. Io non sono un terrorista, mi spaventa che voi possiate pensarlo. Vorrei conoscere la vostra cultura per non sbagliare quando parlo con voi: forse un atteggiamento che per me è rispettoso voi potete recepirlo come maleducato. Devo sapere quali sono i codici di comunicazione qui, aiutatemi a capirli.

Ci tengo a sottolineare che essere un rifugiato non significa essere povero o mendicante perché io ho lasciato il mio paese per le minacce di morte alla mia famiglia non per chiedere i soldi o chiedere l’elemosina.

Purtroppo di conseguenza sono diventato povero e devo chiedere un posto dove dormire all’Italia e il cibo e l’aiuto. Ma durerà poco: io mi rifarò una vita. Non mi piace dover chiedere tutto questo aiuto, mi fa stare male. A voi piacerebbe?

Credo che alcuni di voi hanno sentito del viaggio di morte via mare soprattutto negli ultimi due anni tra la Turchia e la Grecia e sicuramente avete sentito di tantissime persone che hanno perso la loro vita durante il tragitto in mare, la maggior parte di loro sono stati costretti, forzati, contro la loro volontà, ne ho conosciuti tanti e anche quelli che non sapevano dirmi da cosa stessero fuggendo avevano negli occhi il terrore.

Infine vorrei parlare della situazione in Iraq: nella storia dell’Iraq c’è stata sempre la guerra quando finiva una guerra ne ricominciava un’altra, dal 2003 fino ad oggi non è finita ancora la guerra con l’America, Qaeda, Daesh e non si sa quello che ci aspetterà nel futuro, da quando ero piccolo ho vissuto una situazione di guerra: bombardamenti, uccisioni, torture.

Oggi sei vivo domani forse no. Purtroppo il popolo iracheno si è abituato a questo e molti riescono a vivere con la guerra, con la paura di essere feriti, di perdere un caro o di morire.

Persino io, se non ci fosse stata la minaccia di morte diretta alla mia famiglia sarei rimasto a vivere giorno per giorno i miei amici, la mia scuola, i miei posti, la mia lingua. Finchè sarebbe durata, perché la speranza non muore mai e lasciare tutto è difficile.”