Musica e parole che nascono da una necessità, da un’esigenza, come tutte le produzioni artistiche. Il nuovo singolo di Roberto Ribuoli, “A casa”, presentato in questi giorni a Pesaro e nato dalla collaborazione con Ricardo Venturi e Andrea Guerra, nasce da qui: da un bisogno. “Se mi chiedessero perché ho scritto questa canzone non saprei dirlo: è un’urgenza. Quando qualcuno scrive, ha l’ispirazione a guidarlo. Non c’è una costruzione deliberata, studiata, di quello che deve fare”.

Un brano che esce in una confezione di pregio a edizione limitata e che racconta una storia semplice e vera. Siamo nella Roma “vuota e disfatta” del lockdown di marzo, quando ad abitare le sue strade c’è solo chi un’abitazione non ce l’ha: i senzatetto. In quella primavera strana, Roberto Ribuoli, insegnante la mattina e volontario per la Comunità di Sant’Egidio la sera, gira a piedi per le vie di una capitale che sembra deserta ma non lo è:

 

“E giureresti non ci sia nessuno
quando passeggi a sera lungo quella strada
Lui stretto al muro ti sente passare
e si fa tanto piccolo che scompare”.

 

Dopo quell’incontro, l’autore torna al pianoforte e scrive la sua canzone di getto, tutta d’un fiato. Un brano quindi che nasce da pezzi di vita vissuta, con il vagabondo che è persona reale e simbolo allo stesso tempo: “Il personaggio di A casa esiste veramente. Forse è tedesco, di certo è una persona inavvicinabile, impenetrabile”. Sarà per la lingua che parla o per la sua scorza, dura come le mura che gli fanno da sfondo, ma quando l’uomo urla non lo sente nessuno. È il destino stesso degli invisibili, lontani dagli occhi così come dalle orecchie.

Nel brano di Roberto Ribuoli, però, non c’è solo il senzatetto. C’è anche chi quel vuoto, quel deserto, lo deve controllare e governare: “una guardia”. I due a un certo punto si incontrano, ma non possono comunicare. Parlano idiomi diversi, diversi come i loro mondi, così il vigile pronuncia le sole parole che la sua lingua sa dire:


“Gli chiede domicilio e identità, lui replica cordiale
“Sono nessuno e anche volendo
non saprei come tornare a casa””.

 

I’m Nobody! Who are you?” chiedeva Emily Dickinson. “Are you — Nobody — Too? / Then there’s a pair of us! / Don’t tell! they’d advertise — you know!”. Sei anche te Nessuno? Allora siamo in due! Ma non dirlo! Potrebbero spargere la voce. La poetessa cantava la sorpresa e il piacere di scoprirsi simili nell’essere Nessuno, nell’essere soli, diversi e strani. Anche perché “No man is an island”, come diceva John Donne facendo un salto indietro fino al 1600. Nessun uomo è un’isola, ma parte di un tutto. E forse lo è, o lo doveva essere, ancora di più in un momento come questo, quando una pandemia ha messo a nudo le nostre difficoltà, il nostro essere nessuno, il nostro essere soli. Doveva valerlo ancora di più in un presente fatto di slogan alla “Distanti ma uniti”, di “Andrà tutto bene”, di “Restiamo distanti oggi, per abbracciarci più forte domani” in mondovisione. La storia che narra “A casa” di Roberto Ribuoli, però, va controcorrente. Perché il dialogo mai iniziato tra il vagabondo e la guardia prende una piega sbagliata:

 

“Lui ripete non sono nessuno
finché arrivano i rinforzi e ripetono la domanda
in termini più rudi e spinto in un angolo nel buio
lo incalzano a tal punto di estenuarlo e lui si sdraia”.

 

La guardia, che ha fretta di compilare il verbale e tornarsene a casa, nella prima strofa aveva già buttato il cartone del senzatetto: “non lo fa apposta è solo che non guarda“, quasi una banalità del male in scala. Perché c’è tempo per guardare, per pensare.

Dal ritmo avvolgente e dalle parole di Roberto Ribuoli è nata poi l’acquaforte dell’artista pesarese Ricardo Venturi, che racconta: “Ho ascoltato la sua canzone dove il racconto si apre all’immagine, la crepa di un vecchio muro della città diventa l’improbabile e spezzettata linea su cui danza una storia. Il calore della sua voce è stato l’inchiostro che ha dato vita al personaggio che ho realizzato”. “A casa” segna l’incontro tra due artisti emergenti che, loro sì, riescono a parlare. “Ci siamo ritrovati a fare arte in un periodo di confinamento – spiega Roberto Ribuoli – eppure l’espressione artistica ha bisogno di dialogo e l’assenza di dialogo è alienante”. La guardia e il senzatetto non possono parlare, ma Roberto e Ricardo sì, a colpi di note e parole il primo, di linee e colori il secondo. Dialogano tra loro e dialogano con chi ascolta, con il brano che quasi porta a spasso tra le strade di Roma, tra i suoi sampietrini, i suoi ponti, i suoi vicoli. Anche se siamo tutti quanti, chiusi e soli, a casa.