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Gli articoli usciti ultimamente sui giornali di tutto il paese hanno rivelato una situazione allarmante: questa epidemia non ha colpito tutti allo stesso modo.

 

In questo periodo le dimissioni delle neomamme sono arrivate a quota 37 mila mentre i papà che hanno lasciato la loro occupazione sono appena 13,947 (dati 2019 Inl, Ispettorato del lavoro).

 

Dimissioni volontarie che però raccontano la difficoltà per le donne di conciliare famiglia e lavoro specie in questo periodo durante il quale, senza assistenza, l’intero lavoro di cura è ricaduto su di loro.

 

Un lavoro gratuito, invisibilizzato e che allo stesso tempo invisibilizza quelle stesse donne che ancora non sono tornate al proprio impiego per occuparsi dei figli e degli altri componenti della famiglia. Un lavoro che se retribuito porterebbe nelle loro tasche circa 8000 euro stando alla ricerca fatta da una class action di mamme lavoratrici tedesche che hanno deciso di quantificare il lavoro di cura (didattica online, mansioni domestiche, cura familiare) svolto durante il lock down. 

 

Già prima dell’epidemia i dati erano allarmanti. Stando al ritmo attuale i dati Instat 2019 (i tempi della vita quotidiana, lavoro e conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo) evidenziavano che la parità si sarebbe raggiunta in più di sessant’anni. Un quadro già drammatico quindi visto che il tasso di occupazione femminile è il più basso in Europa (49.5%). 

 

Una situazione che preoccupa ma che si continua ad affrontare senza il contributo delle donne, basti pensare alla task force di esperti composta da soli uomini.

 

Per le donne lo slogan #iorestoacasa si è così pian piano tramutato in un incubo a occhi aperti e in un irreale ritorno agli anni ‘50. Perché nella fase 2, nella 3 e in quelle a seguire continueranno a essere le più penalizzate se non verranno incluse nel potere decisionale.