Sono andato sul Tevere e ho contato i cadaveri di 11 pecore e due cinghiali.
Uno spettacolo orribile che strideva in modo feroce con la bellezza da “oooh..che meraviglia”, del fiume.
Alla deriva da giorni, in avanzato stato di decomposizione, le carcasse gonfie erano quasi immobili sulle acque delle anse. Sembrava aspettassero una spinta per andare avanti o affondare definitivamente al fondo di 12 metri e diventare materiale organico. A disposizione dei giganteschi pesci siluro che nel tratto percorso abitano in buon numero.
L’ecoscandaglio Gramlin di cui era dotata la barca su cui abbiamo fatto il viaggio ne ha segnalato la presenza in modo costante.

Una emergenza di igiene pubblica
Averne rinvenute così tante bloccate nella corrente, si spiega con il fatto che domenica quando in sette abbiamo fatto il viaggio, la diga di Castel Giubileo è ferma, rimane aperta solo una paratia di sicurezza per il passaggio dell’acqua. Da lunedì a sabato invece le aperture sono tre al giorno. Le acque del Tevere scorrono dunque più veloci e fanno da “tram” dello smaltimento per gli animali non affondati. Su questo conta chi ha lasciato annegare o gettato le bestie nel fiume come fosse una fogna e tantomeno denunciare l’accaduto. Ma quei cadaveri avvelenano le acque, sono un problema di igiene pubblica, portano salmonella, escherichia coli.
Non si tratta di fare facile allarmismo perché è vero che il fiume ha una forza depurativa immane, ma senza poter analizzare le carogne non è possibile nemmeno capire se la morte è dovuta a casualità o malattia e nemmeno individuare l’allevamento per attivare tutti i controlli del caso. Così tutto rischia di passare nel silenzio del fiume.

Fenomeno ricorrente
“E’ un fenomeno ricorrente – raccontano i fiumaroli che ci accompagnano su due barche nel tratto da Castel Giubilei a Ponte del Grillo”. Mauro Carosi è la nostra guida e con la sua associazione gestisce l’area naturale dei laghetti (ex, ora sono prosciugati) del Sombrera a due passi da Monterotondo Scalo: “Il passaggio delle pecore morte – aggiunge – è quasi una consuetudine, accade spesso. Gli animali arrivano da nord. Dalla piana che lambisce i comuni di Castelnuovo di Porto, Capena e Fiano Romano, in quell’area pascolano stabilmente le poche grandi greggi che sono rimaste in questa parte della valle”. È una spiegazione convincente. In effetti le undici pecore alla deriva le abbiamo incontrate subito dopo Monterotondo le prime tre, e le altre otto in un tratto più vicino a Ponte del Grillo che collega la Tiberina con la Salaria. La sorveglianza in questo tratto del fiume è aleatoria, trattasi di eufemismo, ma senza controlli qui il Tevere, pur bellissimo, rischia di diventare una discarica di carcasse.
I due cinghiali
All’inizio dell’articolo abbiamo accennato a due cinghiali. I corpi in decomposizione probabilmente erano morti da poche ore al massimo un giorno, erano attaccati con la testa fuori a zolle galleggianti di terra e foglie e rami l, probabilmente hanno cercato nel fiume la salvezza da cacciatori o lupi ed il fiume li ha traditi. In ogni caso questi tredici animali andrebbero raccolti e avviati in discarica così come prevedono le norme, far finta di niente sperando nella capacità del fiume di digerire ogni cosa, non fa bene al Tevere né all’ambiente.
Le foto del servizio sono di Domenico Giuliani e Gianfranco Reversi





