Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in linea con lo slogan “Make America Great Again”, in una lettera all’UE annuncia nuovi dazi del 30% sui prodotti europei.
La notizia, a prima vista, sembra roba forte ma lontana dalla nostra quotidianità, più una questione da telegiornale o da tavolo di politica internazionale, che materia reale. Poi però, se la intessi di realtà concreta, ti accorgi che questa notizia rischia di toccare da vicino anche le nostre imprese, dove tante piccole aziende, anche laziali e pure ricadenti nel quadrante a nord di Roma, esportano ogni giorno negli Stati Uniti.
L’introduzione dei dazi del 30% potrebbe avere un impatto economico terribile.
Secondo l’Ufficio Studi della CGIA, Centro Studi e Ricerche di Mestre, se i dazi fossero fissati al 20%, l’Italia potrebbe subire una perdita economica fino a 12 miliardi di euro e una perdita di posti di lavoro di circa 118.000 unità .
Quando parliamo di export, infatti, soprattutto per il nostro comparto aziendale di riferimento territoriale, non parliamo di multinazionali ma essenzialmente di famiglie, lavoratori, cooperative, imprese agricole e artigiane. Realtà spesso a conduzione familiare, che lavorano e vivono grazie anche ai mercati esteri. Se quel mercato ora diventa improvvisamente troppo caro per i clienti americani queste imprese quindi rischiano davvero grosso.
“A gennaio avevamo raddoppiato l’ordine. Ora tutto è fermo”, afferma Pietro Re produttore di olio extravergine biologico “Tamìa” a Viterbo, in un’intervista a “ViterboToday” dello scorso aprile 2025. La sua è una piccola impresa che lavora da anni con il mercato statunitense. Finora tutto è andato bene. Adesso, invece, dopo l’annuncio dei dazi, la paura è tangibile: «A gennaio il nostro cliente più importante negli USA aveva raddoppiato l’ordine. Eravamo gasati. Poi questa cosa dei dazi. Se devono pagare il 30% in più è probabile che smettano di acquistare. E noi qui abbiamo persone da pagare, progetti da portare avanti. Se salta l’export, salta tutto.»
Una testimonianza semplice, che racconta meglio di qualunque grafico cosa può rappresentare tale decisione per chi lavora davvero con l’estero.
Nel Lazio, le esportazioni verso gli USA valgono circa 3 miliardi di euro. È un flusso importante, che coinvolge settori diversi: farmaceutica, meccanica, aerospazio, agroalimentare, moda. Secondo Unindustria Lazio, si tratta di uno dei mercati strategici per le PMI della regione.
«La preoccupazione è innegabile. Aumento dei costi di approvvigionamento, perdita di competitività sui mercati esteri, riduzione dei margini di profitto: sono solo alcuni dei temuti impatti attesi dalle imprese della regione» dichiara Cristiano Dionisi, presidente della Piccola Industria di Unindustria Lazio.
Sul fronte delle piccole imprese, anche la CNA di Viterbo esprime forte preoccupazione. Lo raccontano bene le parole di Attilio Lupidi, responsabile territoriale, e Simone Bianchini, imprenditore del settore arredo bagno, “Stilhaus”: «I dazi possono rivelarsi un boomerang. Chi lavora con prodotti artigianali di alta gamma forse reggerà. Ma per chi è sensibile al prezzo il danno sarà pesante».
Oltre al danno diretto per le imprese, c’è anche l’effetto a catena per tutta la filiera: meno export significa meno lavoro, meno entrate fiscali, meno investimenti pubblici. Ma anche più difficoltà per i consumatori, perché molte aziende italiane importano a loro volta componenti dagli USA e con i dazi i costi saliranno.
«L’impatto potrebbe essere ancora più grave. Già oggi si stimano perdite per oltre 400 milioni di euro solo nel Lazio. Il rischio è un rallentamento netto dell’economia regionale» fa sapere su “Affariitaliani.it” Pietro Abate, segretario generale della Camera di Commercio di Roma
Serve una risposta. L’Europa deve trattare, certo, ma anche difendere chi lavora, chi produce, chi tiene in piedi l’economia reale. Perché dietro ogni impresa che esporta c’è una storia, fatta di lavoro vero.
Cosa accadrà ora? Ai posteri l’ardua sentenza. Anche perché, per dirla come la diceva l’economista messicano Angel Gurria, “il protezionismo è una scelta che alla fine danneggia tutti”. Tutti, tutti, nessuno escluso.





