Dicembre 5, 2025
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DOPO UN ANNO DI TRIONFI TURBOLENZE E POLEMICHE SINNER È IL RE D’INVERNO: IL BIS ALLE FINALS LANCIA LA SFIDA AL 2026

Jannik Sinner chiude il 2025 come l’aveva aperto: alzando un trofeo che appartiene solo ai migliori, quello delle ATP Finals, vincendo in una bellissima ed emozionante finale contro il rivale di sempre: Carlos Alcaraz.
Secondo anno consecutivo, seconda incoronazione contro i più forti del pianeta, seconda dimostrazione che l’azzurro non è più una promessa mantenuta: è un punto fermo del tennis mondiale.

Jannik ha conquistato il titolo più difficile: battere i migliori a fine stagione, quando sono tutti stanchi, nervosi, al limite. È il marchio dei fuoriclasse veri.

Chiude il 2025 numero 2 ATP anche e soprattutto a causa dei tre mesi di stop forzato.

Sinner non è “in corsa” per la consacrazione: ci è già dentro.
Quello che arriva nel 2026 non è un nuovo esame, ma il momento di reclamare ciò che il suo talento merita.

È stato un anno epocale per il tennis italiano e, più di ogni altra cosa, per Jannik Sinner. Un’annata dove il talento altoatesino ha sfiorato l’eccellenza ma non senza passare per momenti di forte tensione — personali, mediatici e – perché no – anche identitari. Ecco il racconto di un 2025 che potrebbe essere scritto nei libri, ma che ha il sapore ruvido di una crescita non ancora finita.

Un anno da protagonista

La stagione di Sinner è stata una continua conferma. Ha dominato nei grandi appuntamenti, ha vinto tornei pesanti e ha chiuso il 2025 da punto di riferimento del circuito. Percentuali altissime, continuità, vittorie prestigiose: il pacchetto è quello dei top assoluti. Secondo rapporti stampa, la sua percentuale di vittorie tra settembre e novembre sul circuito ATP è salita a livelli stratosferici, attestandosi attorno all’81%.

Dal punto di vista storico, Sinner ha riscritto anche alcuni record. Secondo Tennis Circus, a 24 anni ha già collezionato 86 vittorie nei tornei dello Slam, e ha raggiunto le finali in tutti i Major nel 2025 vincendone due, Australian Open e Wimbledon, un primato di precocità che lo proietta tra i grandi.

Il caso clostebol: la pausa che brucia

Tuttavia, il 2025 non ha esordito sotto una luce solo positiva. Nei primi mesi dell’anno Sinner ha dovuto affrontare la vicenda del clostebol, con un verdetto duro: una sospensione di 3 mesi (dal 9 febbraio al 4 maggio) accettata dopo un accordo con la WADA. Non si trattava, secondo la sua difesa, di doping intenzionale, ma di un errore di gestione: il suo fisioterapista avrebbe usato una crema con clostebol (il Trofodermin) senza guanti, che avrebbe contaminato la pelle e generato tracce nelle analisi.

L’interruzione è arrivata in un momento cruciale della stagione, ma Sinner ha saputo metabolizzare il colpo, quando è tornato in campo (esattamente dopo il 4 maggio), ha dimostrato carattere: niente cali di fiducia, solo tennis. Da quel momento, una sola direzione: avanti.

Il campanello d’allarme: crampi a Shanghai e fragilità sotto il riflettore

Sei mesi dopo quel periodo buio, è arrivato un altro momento critico, più fisico che politico. Al Shanghai Masters, l’azzurro si è ritirato durante il terzo set contro Tallon Griekspoor a causa di crampi muscolari alla coscia. Secondo i media, le condizioni sul campo da gioco erano estreme: umidità altissima, temperature pesanti. Sinner ha lottato per più di due ore e mezza, ha cercato di gestire il dolore – usando ghiaccio, massaggi, strategie di cambio d’assetto – ma alla fine si è dovuto arrendere.

Il ritiro a Shanghai ha riportato al centro il tema più delicato: la tenuta fisica. Sinner ha un tennis pesante, moderno, dispendioso. Per il 2026 servirà una gestione del calendario ancora più scientifica.

Le sue priorità saranno gli Slam e il mantenimento di una continuità che, ormai, vale quasi quanto il talento.

Italianità e polemiche: Il caso-Davis che divide l’Italia

Al di là del rettangolo di gioco, Jannik ha dovuto fare i conti anche con un altro tipo di tensione: quella identitaria. La sua decisione di non partecipare alla Coppa Davis 2025 – nonostante l’Italia sia campione in carica dopo i trionfi del 2023 e 2024 – ha scatenato un vero terremoto mediatico.

Sinner ha motivato la scelta in modo chiaro e  pragmatico: priorità al proprio calendario, alla preparazione e alla salute. Per prepararsi al meglio per la stagione 2026, in particolare per gli Slam, e una settimana di riposo in più nel periodo di Davis può fare una differenza cruciale.

Il “no” alla Coppa Davis ha comunque scatenato critiche feroci, da ex campioni a dirigenti fino a tifosi e opinionisti.

L’ex grande del tennis Nicola Pietrangeli ha denunciato il gesto come “un grande schiaffo al mondo sportivo italiano”.

Anche l’associazione Codacons ha chiesto la revoca di onorificenze ufficiali date a Sinner, accusandolo di tradire la maglia azzurra e aggiungendo che “…se dedicasse meno tempo a girare spot avrebbe modo di rappresentare meglio il proprio paese”.

In difesa si è schierato l’ex capitano di Davis Paolo Bertolucci che ha ricordato il contributo determinante di Sinner alla vittoria delle Davis nelle due ultime precedenti edizioni e ha invitato a “ringraziarlo, non criticarlo”, perché il tennis moderno ha dinamiche diverse da quelle di un tempo.

L’editoriale de Il Foglio ha sottolineato che la sua rinuncia non è affatto un tradimento, ma una scelta legittima per un atleta di vertice, con obiettivi personali importanti.

Nessun dramma invece da parte del vittorioso Capitano della squadra italiana di Davis Filippo Volandri: “Fa male, ma non è né la prima né l’ultima volta che succede. Zverev, Federer e Nadal l’hanno saltata per anni. Per Jannik questa è stata una stagione particolare: ha speso tanto anche a livello mentale, raschiando l’ultima goccia di energia dal barile”, e per rimarcare le criticità del calendario che pone le fasi finali della Coppa Davis al termine dell’anno: “La Davis non può stare nell’ultima settimana della stagione, quando tutti sono scarichi. Se la consideriamo importante, dobbiamo darle il posto che merita.”

Nel dibattito non sono mancati interventi autorevoli di personalità della cultura come Corrado Augias che, in un suo intervento, rimanda con una dotta citazione ad un personaggio di Italo Calvino: “Qualche tempo fa scrissi una nota in cui tra l’altro definivo Jannik Sinner un ‘italiano riluttante’.. La Davis è l’unico torneo, in uno sport molto individualistico, dove si gioca per nazioni, mancare l’appuntamento perché potrebbe compromettere la riuscita in altri tornei più lucrosi conferma purtroppo quel giudizio. Se non piace italiano riluttante, diciamo italiano dimezzato, come il celebre visconte”.

Più ironica ma non meno pungente l’osservazione di un’altro grande del tennis italiano, Paolo Canè, eroe della Davis del 1990, uno che “dava il sangue” per la nazionale: “Mi diverto a leggere i commenti dell’ambiente. Non li dividerei tra pro e contro, ma in base all’età. I vecchi, quelli che hanno un sacco di tempo libero e niente da perdere, vanno giù pesante. E scatenano i leoni da tastiera. Gli altri invece rispettano la decisione e tirano dritto perché devono lavorare”. Paolo ci invita ad non esse ipocriti e anche se il “no” di Sinner è da nota sul diario non ci conviene proprio continuare a criticarlo perché, come osserva brillantemente, siamo oramai Sinner-dipendenti: “Jannik rappresenta un valore pazzesco per tutto lo sport italiano e il tennis in particolare, che in questi anni è sbocciato grazie soprattutto ai suoi successi. Il Foro Italico sempre più grande, le ATP Finals a Torino, le finali di Davis a Bologna. Gli italiani tutti con la racchetta in mano. Muove un intero Paese, calamità interessi incredibili e la storia andrà avanti per diverse stagioni: non succedeva dai tempi di Tomba e Valentino”.

Un’analisi lucida e coerente che apre lo spiraglio ad un’altra analisi che andrebbe presa in considerazione: quanto vale il fenomeno Sinner per l’economia italiana nonostante sia residente a Monte Carlo:  8,1 miliardi di euro secondo Susini Group Stp.

Per lo studio fiorentino specializzato in consulenza del lavoro, con 41 milioni di euro di guadagni annui nel 2024, Sinner ha contribuito a far crescere del 900% il mercato tennistico italiano, passato dai 17 milioni del 2003 ai 200 milioni del 2024. I tesserati Fitp hanno raggiunto quota 1,15 milioni (+266% rispetto al 2020), mentre gli appassionati sono saliti a 16,9 milioni (+86% dal 2016). Le scuole di tennis e padel sono cresciute del 34%, arrivando a 2.553, e il comparto genera oggi 1,2 miliardi di euro di entrate fiscali, mentre sul piano commerciale, il “Brand Sinner” ha spinto la vendita di 8,6 milioni di palline e 200.000 racchette, per un valore di 22 milioni di euro. Le sponsorizzazioni hanno toccato i 115 milioni, con un incremento del 21%, mentre Head, sponsor del campione, ha registrato un +30% di vendite.

Numeri da capogiro, impensabili fino a qualche anno fa. «Il Fenomeno Sinner è un investimento strategico per il Paese: un campione che non vince solo tornei, ma contribuisce alla crescita economica e sociale dell’Italia», commenta Sandro Susini, fondatore di Susini Group Stp.

Aggiungiamo che le ATP Finals di Torino hanno raggiunto quest’anno l’ennesimo record  con numero strabiliante di 230.000 presenze nella settimana.

Il commento di Sandro Susini ci porta inevitabilmente a chiudere con l’ennesima polemica montata nei confronti del fuoriclasse “altoatesino”.

Bruno Vespa, la frase che ha acceso la polemica sull’“italianità” di Sinner, le reazioni e la gaffe sul nome

Il 22 ottobre 2025 Bruno Vespa ha pubblicato su X (ex-Twitter) un breve attacco a Jannik Sinner che ha immediatamente incendiato il dibattito pubblico: «Perché un italiano dovrebbe tifare per Sinner? Parla tedesco (giusto, è la sua lingua madre), risiede a Montecarlo, si rifiuta di giocare per la nazionale. Onore ad “Alvarez”» — nel post Vespa elogiava poi il giocatore spagnolo impegnato in Davis Carlos Alcaraz anche se, in passato,  anche lui come tanti talenti mondiali abbia rinunciato alla partecipazione dichiarando, tra l’altro, che la Davis c’è tutti gli anni. La frase, nella sua semplicità abrasiva, ha messo al centro non il tennis ma l’appartenenza nazionale e la lingua madre del campione altoatesino.

Più che una critica sportiva, il messaggio è stato interpretato come un attacco all’identità: mettere la lingua madre (il tedesco) e la residenza a Montecarlo sullo stesso piano della “italianità” equivale a trasformare un dato personale in una colpa civica. Molti osservatori hanno sottolineato che, in Italia, il tema delle lingue e delle minoranze regionali (in particolare l’Alto Adige / Sud Tirolo) è estremamente sensibile — per ragioni storiche e per il percorso di ricomposizione nazionale che ha avuto fasi dolorose e complesse — e che perciò una lettura superficiale rischia di essere offensiva. Su questo punto si è levata con forza la voce, tra gli altri, di Klaus Dibiasi, che ha ricordato come «la storia del nostro Paese andrebbe studiata meglio» e che parlare tedesco in certe zone non significa non essere italiani, e più nel dettaglio: “Le sue origini o la sua lingua non sono così rappresentative dell’italianità? Le solite polemiche stupide. Pure io le ho subite ai miei tempi, ma devo confessare che non ci ho mai sofferto. Che Jannik parli anche tedesco mi pare un vantaggio, non può essere un difetto. C’è una ragione storica del perché in Alto Adige è molto diffuso il tedesco, parliamo della storia del nostro Paese, l’Italia, andrebbe studiata meglio… Io ero così contento di tornare a casa e parlare il mio dialetto! Ma penso sia lo stesso per un napoletano, quando parla dialetto stretto anche quella è un’altra lingua, ma non mi pare che qualcuno dica che un napoletano non è italiano.

Commentatori e editorialisti (da La Gazzetta al Fatto Quotidiano) hanno sottolineato la scorrettezza politica e culturale dell’attacco, evidenziando che tali letture semplificatrici fanno leva su stereotipi e alimentano intolleranza.

Non è questo l’ambito per entrare in un resoconto storico dettagliato, è utile però ricordare che l’Alto Adige / Südtirol ha una storia di convivenza e di conflitti culturali tra comunità di lingua tedesca e italiana: le identità regionali e linguistiche sono quindi terreno sensibile. Molti commentatori hanno fatto notare che ridurre tutto a “parla tedesco” equivale a “non è italiano abbastanza” ignora questa complessità e rischia di sminuire le ferite e i processi politici e sociali che hanno accompagnato la regione nel XX secolo, un elemento che avrebbe richiesto da parte di chi commenta (soprattutto figure pubbliche) cautela e conoscenza. 

Ciliegina sulla torta la gaffe sul nome, l’errore lessicale di Vespa (Alvarez/Alcaraz), e il tono del tweet hanno fatto discutere anche sul ruolo dei giornalisti nel misurare parole e contesti quando affrontano questioni sensibili.

Le polemiche sull’italianità di Jannik Sinner non sono superficiali: toccano questioni profonde su identità, lingua, nazionalismo e sport. Ma tra chi lo attacca e chi lo difende, emerge una spaccatura netta:

I critici vogliono una definizione più “pura” di appartenenza nazionale.

I difensori dicono che lo sport moderno — e l’Italia — non possono più essere ridotti a stereotipi identitari, e che la complessità è una ricchezza, non una debolezza.

Alla fine, Sinner si trova nel mezzo: simbolo di una nuova Italia, moderna e multistrato, che fa discutere ma fa anche riflettere.

Miglior epitaffio alla spinosa vicenda la dichiarazione del nostro campione azzurro: “Sono orgoglioso di essere italiano, felice di essere nato in Italia e non in Austria, o da un’altra parte, perché secondo me onestamente questo Paese merita molto di più, anche di quello che sto facendo io. Perché abbiamo le strutture, abbiamo gli allenatori, abbiamo i giocatori, abbiamo tantissime mentalità differenti. Che sono anche la nostra forza: alcuni dicono che l’Alto Adige è diverso, la Sicilia è totalmente diversa, però è anche la nostra fortuna, la forza nelle differenze, sì. Quindi abbiamo di tutto per essere lì a competere contro i migliori al mondo e secondo me dobbiamo unirci, stare insieme e darci forza per avere più trofei e più orgoglio possibile, perché secondo me l‘Italia lo merita”.

Finito qui? Neanche per sogno.

Gli Schützen altoatesini hanno criticato Jannik Sinner in una lettera aperta, accusandolo di essere “troppo italiano” per aver dichiarato di essere felice di essere nato in Italia anziché in Austria. Secondo gli Schützen, la sua affermazione è stata “sconsiderata” e “fa male”, e lo invitano a riflettere sulle implicazioni delle sue parole, chiedendogli di rispettare le identità delle minoranze locali, come sancito dalla Costituzione italiana.

Anche questo è l’Italia.

L’Italia che non sa stare senza Sinner ma non sa conviverci

C’è un paradosso tutto italiano attorno a Jannik Sinner: non c’è nulla che faccia notizia più del suo silenzio. 

L’Italia del 2025 è un Paese che non riesce a lasciarlo in pace ma nemmeno a capirlo, un Paese che pretende da lui un ruolo che lui non ha mai chiesto: simbolo di identità nazionale, specchio dei nostri pregiudizi, custode dei nostri complessi.

Sinner fa notizia qualunque cosa faccia — soprattutto quando non fa nulla.

La sua centralità è tale che ogni dichiarazione, ogni gesto, ogni silenzio — a volte perfino ogni espressione del viso — diventa notizia, discussione, polemica.

Nel Paese degli urlatori, Sinner è la quiete che disturba, riservato, misurato, quasi impenetrabile.

L’Italia ama le parole grosse, i toni accesi, le conferenze stampa teatrali, gli sportivi che fanno spettacolo prima ancora che sport.
Sinner è l’opposto: parla poco, non esagera, non dichiara guerre, non cerca attenzioni.
Così il risultato è che ogni monosillabo diventa un editoriale, ogni pausa un caso nazionale, ogni “vedremo” un giallo da decifrare.

È la dimostrazione più limpida di quanto siamo diventati dipendenti da narrazioni che non sappiamo più leggere la normalità.

Una generazione che vuole un eroe e trova un ragazzo

L’Italia si è trovata tra le mani il più forte tennista della sua storia proprio mentre cercava disperatamente un simbolo vincente.
Ma Sinner è un simbolo anomalo: non urla, non ostenta, non provoca.
È un campione che non interpreta il ruolo del campione.
E questo, dalle nostre parti, è destabilizzante.

Da lui si pretende tutto: la partecipazione alla Davis, il pathos del patriota, l’italianità esibita, la gestione morale della propria carriera.
Quando non lo fa, la reazione è sproporzionata.
Non perché Sinner sia sprezzante, ma perché noi siamo fragili.

Amiamo trasformare i campioni in pedagoghi, psicologi, patrioti, esempi morali.
Sinner si sottrae: non fa comizi, non giudica i colleghi, non si infiamma, non pontifica.
Fa l’unica cosa che dovrebbe fare un tennista: gioca.

Ed è questo che ci manda in tilt.
Non sappiamo più distinguere il ruolo dell’atleta da quello dell’icona.
E così, ogni volta che Sinner sceglie per la propria salute o per la propria carriera, ce la prendiamo come un affronto personale.

Jannik è un ragazzo che ha portato l’Italia dove non era mai stata nel tennis.
Ha vinto, ha perso, si è fermato, è ripartito.
Senza teatrini, senza lamentele, senza ipocrisie.

È il pubblico — e spesso i media — ad aver trasformato un atleta in un campo di battaglia culturale.
E continuerà a succedere: perché Sinner è diventato il simbolo di un Paese che proietta su di lui ciò che gli manca, ciò che teme e ciò che sogna.

Finché starà in cima al mondo, in Italia qualsiasi cosa faccia sarà una notizia.
E, paradossalmente, anche quando non farà nulla, lo sarà lo stesso.

Faremmo bene a ricordare più spesso che l’Italia è uno dei paesi europei con il maggior numero di minoranze linguistiche storiche riconosciute: tedesco, ladino, francese, sloveno, occitano, franco-provenzale, catalano, greco, albanese, croato, oltre alle varianti sarde.

Un mosaico complesso, frutto di secoli di confini mobili, autonomie locali e convivenze culturalmente stratificate.

Il dibattito sull’italianità di Sinner mostra quanto spesso si confonda la lingua con l’identità nazionale, ignorando che in Italia esistono territori dove si cresce bilingui o trilingui senza che ciò intacchi l’appartenenza al Paese.

Sinner è diventato, suo malgrado, un promemoria vivente della complessità culturale italiana: un atleta che viene da una regione con storia, memoria e minoranze linguistiche delicate, e che proprio per questo dovrebbe essere la prova che italianità e pluralità non sono opposti, ma parti della stessa storia.

Il modo in cui una parte del pubblico ha reagito alle sue origini parla più dell’Italia che di Sinner: un Paese che celebra la ricchezza delle sue diversità, ma che fatica ancora ad accettarle senza sospetto quando diventano protagoniste del dibattito nazionale.

Soprattutto dobbiamo dire che non abbiamo mai avuto un giocatore forte come Jannik Sinner e, con tutta probabilità, non lo avremo mai più in futuro.

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