A Filacciano il Castello dei Del Drago è in cura.  Fasciato da teli e ponteggi che  avvolgono la facciata in lungo e largo per tutto il  perimetro, ospita il cantiere che dovrà con cura e attenzione suturare le ferite inferte dall’ultimo terremoto al vecchio maniero. Fessure e cicatrici profonde che hanno reso necessario elaborare un progetto costoso  finalizzato ad restauro un conservativo profondo. Risanarlo dalle  fondamenta e  metterlo in sicurezza antisismica, questo l’obiettivo, in modo che le sue mura possano  resistere agli urti del tempo per altri secoli. I lavori sono iniziati da pochi giorni, la ditta che li sta eseguendo ha sede a Fiano Romano. Così si recupera la dimora dove ha vissuto il principe partigiano e pittore Francesco Del Drago.

Il principe partigiano

Era chiamato così perché aveva combattuto contro i nazisti  nelle terre tra Torrita Tiberina e Filacciano. Per volere del Comitato di Liberazione, come si legge sul Corriere della sera, ricoprì l’incarico di sindaco del paese. Poi nel 1952 aderì al Partito comunista italiano pur tra lo scetticismo del mitico segretario Palmiro Togliatti che non pensava fosse quella formazione il posto giusto per un nobile. Francesco Del Drago la pensava diversamente e infatti rimase iscritto fino alla fine. Questo è anche il periodo in cui si dedicò alla pittura senza mai lasciare il borgo e i suoi contadini. Suoi amici furono Renato Guttuso, Rino Severini, Giorgio Morandi.  Negli anni  ‘60  si spinse a Parigi e frequentò Picasso, studiò la tecnica di Matisse, e Leger. Due i filoni del suo lavoro artistico: quello figurativo con al centro i luoghi del paese, e dall’altro la linea astratta, l’avventura nell’avanguardia. Molte le mostre Roma e Milano, Parigi e New York, Ginevra e Bruxelles. L’ultima a Filacciano dal 27 febbraio al 13 marzo del 2011 curata dalla figlia Elena Drago giornalista di Radio RaiiTre e da Pietro Ruffo artista internazionale, pochi mesi prima di morire a 91 anni.

Originale la sua teoria dei colori

Questo il ricordo di Duccio Trombadori del critico d’arte e giornalista:“ Era un uomo robusto e alto, pieno di energia; in gioventù era stato ufficiale dei granatieri del Re, sapeva essere gioviale, capace di ilarità popolaresche ma anche di improvvise chiusure riflessive, che lo portavano sempre ai suoi pensieri sul segreto dell’arte, alle condizioni di una espressione che aveva quasi un valore di culto, se non addirittura religioso. Nobiluomo egli fu sempre per il lignaggio che lo distingueva e per una disposizione a vivere pienamente la vita, con sentimento di cavalleresca fedeltà alle proprie idee. Ho sempre avuto la sensazione che la pittura fosse un modo di esporre e ‘rendere visibile’ la sua filosofia della vita. Lettore di opere filosofiche e interprete dei testi di Marx, il suo ‘materialismo’ sconfinava con un sentimento della ‘natura naturante’, e ne deduceva canoni interpretativi per una originale ‘teoria dei colori’ che lo ha accompagnato per tutta la esistenza”.