Giulia Tofana, il destino di un'avvelenatrice.

Ci sono storie che hanno bisogno di trovare una voce giusta ed un tempo favorevole per essere narrate. Talvolta possono rimanere in silenzio a lungo e poi travolgere orecchie attente e sensibilità allenate. La storia rimasta in attesa per anni e che condividiamo per l’occasione è quella di Giulia Tofana, il destino di un’avvelenatrice, spettacolo teatrale dedicato ad un personaggio controverso e realmente vissuto nella prima metà del XVII secolo la cui fama, dovuta alla produzione e vendita di un potente veleno capace di uccidere senza lasciare traccia, si è protratta per i secoli successivi fino ad Alexandre Dumas che cita l’Acqua Tofana nel suo Conte di Montecristo.

Le notizie biografiche su questa donna sono poche e incomplete. Forse figlia di Thofania d’Adamo venne giustiziata a Palermo nel luglio del 1633 per aver avvelenato il marito. Rimasta orfana, non ebbe modo di studiare, ma conosceva molto bene i veleni. La storia la vuole destinata ad una vita da prostituta contro la quale ella lotterà finché le fu possibile. È probabile che a inventare l’Acqua Tofana fu l’antenata Thofania, ma lei ebbe il merito di incrementare le vendite. La fama del prodotto arrivò anche a Napoli e Roma e Giulia trascinò nell’impresa anche Girolama Spera (forse la figlia). Le due donne migliorarono il veleno che, tra l’altro, lasciava roseo il colorito del morto.

Il cast in scena di Giulia Tofana, il destino di un’avvelenatrice.

Durante il periodo del lockdown Giovanni De Rubertis e Stefano Tigli, amici ed artisti poliedrici, si trovano a condividere in maniera abbastanza casuale riflessioni su questa figura femminile così controversa e dalle loro considerazioni nasce un manoscritto che ha l’ambizione di raccontare, senza didascalismi di sorta, un’anima in bilico fra la cronaca nera e il riscatto sociale. Nel testo che prende elegantemente forma emerge la sensibilità di chi prova a guardare le cose da un altro punto di vista, quello delle donne.

Pensiamo ad Artemisia Gentileschi, pensiamo alla sua storia e a quello che viene riconosciuto come il primo vero processo di stupro a carico di un uomo. E se Giulia Tofana avesse cercato di aiutare donne violate del loro essere più intimo? Del loro non piegarsi ai ritmi di una società che le voleva ubbidienti e sottomesse?

Il manoscritto, che attende di essere pubblicato, è così diventato nel frattempo una pièce teatrale che abbiamo scovato nel Teatro Chiesa Parrocchiale di Vico Alto a Siena lo scorso 3 giugno e che ha già diverse repliche all’attivo in attesa di iniziare a girare oltre la Toscana. Cosa rende questo adattamento teatrale così interessante? In primo luogo l’omaggio che rende a Palermo e alla forza rivoluzionaria delle donne della Sicilia (pensiamo ad esempio a Rosa Balistreri) e poi alla tragicità e bellezza dei colori di una Roma che a Castel Sant’Angelo chiamava il suo boia per portare giustizia terrena in un mondo di speranze mal riposte.

Chiara Savoi in una intensa immagine nei panni di Giulia Tofana.

Continuando nell’analisi dello spettacolo i due autori del testo sono anche gli autori delle musiche originali del monologo presentato che sottolineano i momenti di snodo della storia di Giulia Tofana. Anche in questo caso i due artisti omaggiano la terra italiana in modo trasversale e coinvolgente. A tutti gli effetti la genesi di questa drammaturgia è una storia di rinascita in un periodo di chiusura del mondo al mondo, così come abbiamo avuto modo di approfondire in altri articoli della redazione.

Il dolore, la forza e il coraggio di Giulia sono affidati all’interpretazione della brava improvvisatrice senese Chiara Savoi che in un gioco di equilibrio poetico alterna il suo rievocare al canto di Alice Valentini e che destreggia sapientemente il ritmo serrato di una narrazione che si fa così coinvolgente da portare la gente in sala a mormorare fino a schierarsi con o contro l’avvelenatrice.

Questo attimo ha mosso la scelta di raccontare il racconto stesso. Se così forte è il coinvolgimento del pubblico significa che il tema dell’amore oltraggiato o il senso di un ruolo sociale ancora oggi solo apparentemente riconosciuto, muove gli animi e le coscienze. E in un epoca nella quale il termine femminicidio ricorre troppo frequente, la storia di Giulia Tofana proposta dall’Associazione Culturale “Gli Sparvieri” permette una lettura altra di questo tragico fenomeno. Nello spettacolo incontriamo Giulia nella cella di Castel Sant’Angelo accompagnata nei suoi ricordi da volti senza tempo affidati al mimo Matteo Casamonti e alla danzatrice Miriam Forconi.

L’attore Matteo Casamonti e la danzatrice Miriam Forconi in scena.

Come spesso accade in Italia un prodotto di qualità se non incontra il favore delle grandi firme rimane nascosto e divulgato al più in piccole aree geografiche. Questo spettacolo merita di girare, di far parlare e di offrire la possibilità di discutere: dell’amore che non fa mai male, delle donne, di ciò che sono e possono anche divenire, nel bene e nel male.

A noi piace pensare che Giulia Tofana sia stata un’eroina anche se nel dipanarsi della nostra narrazione teatrale, lasciando lo spettatore libero di farsi un’idea personale. Con questa riflessione degli stessi autori si conclude il nostro viaggio nella vita di Giulia Tofana e offriamo uno spazio intimo alla ricerca di senso critico e della indagine del senso etico di cui necessita la nostra società.

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