Lunedì sera l’unico ed inimitabile menestrello del rock, Ian Anderson, leader indiscusso dei “Jethro Tull” è tornato ad incantare e avvolgere una gremita Sala Santa Cecilia dell’Auditorium per, l’ennesimo direbbe un mio amico, concerto romano della Band che ha venduto oltre 60 milioni di album nel mondo e che ha come marchio distintivo la presenza del flauto, suonato da Ian Anderson, e la sua posa iconica sul palco, spesso in equilibrio su una gamba, ed ancora è così a 78 anni suonati.
I Tull hanno saputo fondere generi – blues, folk, rock, classica – in modo originale, diventando tra i più influenti del rock progressivo.
Un viaggio che ripercorre la ultra cinquantenne carriera della band che, sempre fedele a se stessa, rappresentano oggi, insieme ai Rolling Stones, gli ultimi mostri sacri degli anni settanta a calcare ancora le scene.
Le sonorità dei Jethro Tull vanno dalle reminiscenze rock-folk degli esordi che raccontano di mari in tempesta in un’Inghilterra che non c’è più, di marinai dai visi scolpiti dal vento e dalla dura vita passata sui legni degli “Smack”, che odorano di alcol che scorre ininterrotto nelle fumose birrerie lungo i canali e giù nei porti, dove accompagnati da strumenti portatili e accessibili come il violino, la concertina o chitarre arcaiche, i cori rinnovavano le canzoni tramandate oralmente di generazione in generazione con liriche che raccontavano di tempeste e amori perduti, e arrivano all’odissea sonora del progressive, un viaggio che si snoda attraverso architetture complesse, mutazioni continue e una profonda fusione tra espressione artistica e intellettuale,Come in un quadro di Picasso la realtà si frammenta, si ricompone e mostra contemporaneamente più punti di vista, non strofa-ritornello, ma sezioni contrastanti, cambi di tempo improvvisi, incastri ritmici asimmetrici, non conta la linea essenziale, ma la stratificazione, la decorazione, la tessitura armonica.
Per comprendere la genesi di questa band, formatasi a Blackpool, Lancashire (Inghilterra) intorno al 1967/1968, e guidata dal cantante, flautista e polistrumentista Ian Anderson, soprattutto per i più giovani e per chi, incuriosito voglia conoscere meglio i Tull ed il periodo in cui sono nati, occorre fare un seppur brevissimo accenno a quello che ha rappresentato il 1967 nella musica rock contemporanea.
1967, l’anno che cambiò tutto
Ci sono anni che segnano una svolta, spartiacque precisi tra ciò che era e ciò che sarà. Il 1967 è uno di quei momenti irripetibili: l’anno in cui il rock smette di essere solo ribellione elettrica e diventa laboratorio sonoro, cultura, visione. Dalla psichedelia ai primi germi del progressive, dalle sperimentazioni di studio all’idea di album come opera totale (concept album), quel dodici mesi hanno modellato le fondamenta dell’intero decennio successivo.
Per capire gli anni Settanta, bisogna partire da lì. E soprattutto dalle diverse geografie musicali che, senza ancora saperlo, stavano scrivendo un linguaggio nuovo.
Se c’è una patria della trasformazione, è l’Inghilterra. Nel 1967 non produce solo dischi: inaugura un modo diverso di concepire la musica.
I Beatles pubblicano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, il manifesto di un’epoca. Non il miglior album dei Beatles per tutti, ma certamente il più rivoluzionario.
Qui prende forma l’idea di concept, di studio come strumento creativo, di arrangiamenti orchestrali integrati nel rock.
I Pink Floyd presentano, sotto la guida del carismatico leader Syd Barret, The Piper at the Gates of Dawn che spalanca le porte della psichedelia britannica: improvvisazione, sperimentazione timbrica, testi visionari.
I Rolling Stones danno alle stampe Their Satanic Majesties Request, una delle opere più discusse e controverse della band, un album divisivo ma anche un’incursione unica e audace nel mondo della musica psichedelica. La critica e i fan sono divisi tra chi lo considera un esperimento fallimentare e chi un capolavoro sottovalutato, gli Stones introducono una psichedelia più sporca, abrasiva, proto-hard., un embrione di ciò che porterà al rock più duro dei primi ’70.
I Procol Harum pubblicano A Whiter Shade of Pale, ricco di tastiere classicheggianti, organo Bachiano, atmosfere barocche: qui nasce ufficialmente il ponte tra rock e musica colta. È la prima pietra del progressive sinfonico.
I Cream lanciano Disraeli Gears, un album che ha segnato un’evoluzione verso la psichedelia e include branii come “Sunshine of Your Love” e “Strange Brew“.
Oltre oceano, negli Stati Uniti emerge la Psichedelia di strada, spiritualità e controcultura, assumendo un carattere diverso: meno studio e più palco, meno architettura sonora e più trance collettiva.
The Doors debuttano con The Doors, il loro è un blues oscuro, infarcito di poesia visionaria, con il tappeto sonoro di un organo ipnotico. Jim Morrison introduce un’estetica teatrale e decadente che influenzerà il rock più drammatico degli anni ’70, dal glam alla new wave.
The Jimi Hendrix Experience pubblicano Are You Experienced? Dove la chitarra diventa un’arma di costruzione sonora. Hendrix riscrive il ruolo dello strumento, anticipando l’hard rock e persino l’heavy metal, distorsioni controllate, feedback creativi, wah-wah.
I Jefferson Airplane rivelano Surrealistic Pillow e la psichedelia si fa coro, rituale collettivo, manifesto della Summer of Love, le vocalità intrecciate e atmosfere acid-folk aprono la strada al rock californiano degli anni ’70.
Anche in altre parti d’europa qualcosa si muove sull’onda sull’inglese.
La Germania nel 1967 non ha ancora i nomi che la renderanno celebre negli anni ’70, ma è proprio in questo periodo che nelle cantine e nei circoli universitari nascono le idee che porteranno al Krautrock, collettivi improvvisativi e musicisti legati all’avanguardia elettronica iniziano a fondere minimalismo, ripetizione, pulsazione. Da qui nasceranno Can, Kraftwerk e Neu!, cioè la matrice della musica elettronica moderna.
L’Italia nel 1967 è ancora legata al beat, ma qualcosa sta cambiando. Le Orme con i primi singoli non ancora progressive, ma già orientate verso tastiere e atmosfere più ricercate. Diventeranno uno dei pilastri del prog italiano. I New Trolls apriranno alle esperienze beat-rock
Saranno loro, pochi anni dopo, a fondere rock e orchestra con Concerto Grosso. Qui nasce la sensibilità melodica che renderà il progressive italiano unico: lirico, teatrale, emotivo. Avanguardie al periodo d’oro del Prog italiano primi anni ’70 con PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Area, Delirium.
Questi brevi cenni non vogliono e non possono essere ovviamente esaustivi di un periodo così ricco e intenso ma questi brevi cenni ci aiutano ad entrare nel mood che vede emergere i nostri Jethro Tull.
Nati in piena rivoluzione psichedelica, i Jethro Tull sono sempre stati una band fuori dal tempo. Troppo eclettici per essere blues, troppo ironici per essere folk, troppo colti per essere rock. Eppure, tra il 1968 e i primi anni Settanta, hanno costruito una delle carriere più originali e durature della musica britannica, guidati dal carisma teatrale di Ian Anderson, cantante, flautista e mente assoluta del gruppo.
Il primo album, This Was, uscì nel 1968 ma sarà con il secondo, Stand Up del 1969 che ottennero il primo grande successo nel Regno Unito.
Nel 1971 uscì l’album che li consacrò, Aqualung, che mescolava temi rock, folk e classici, diventando un punto di riferimento.
Nei primi anni ’70 produssero anche album concettuali e molto ambiziosi, come Thick as a Brick (1972) e verso la fine del decennio, la band esplorò sonorità più vicine al folk rock (come Songs from the Wood, 1977).
Negli anni ’80 e ’90 si susseguirono cambi di formazione e sperimentazioni con sonorità elettroniche e hard rock. Nel 1989 vinsero un Grammy Award per l’album Crest of a Knave (1987), un risultato considerato sorprendente per una band progressiva/folk rock.
Dopo una fase di quiete nella registrazione di studio, la band è tornata attiva con nuove uscite nei recenti anni 2000 , vedi The Zealot Gene nel 2022.
Agli inizi, parallelamente, gruppi come i Fairport Convention, The Incredible String Band e Donovan segnano la nascita del folk-rock britannico, recuperano il patrimonio del folk inglese e celtico, unendolo a strutture pop.
I Jethro Tull, a partire dal 1969-1970, si innesteranno perfettamente in questa corrente, ma con un approccio più teatrale e complesso rispetto al folk puro.
Nel fervente circuito dei club londinesi, dove il blues elettrico era il linguaggio comune di una generazione di musicisti, accanto a nomi come Cream, John Mayall & the Bluesbreakers i primi Jethro Tull suonavano brani di Muddy Waters e Sonny Terry, ma con un’impronta del tutto inedita.
Anderson, invece della classica chitarra solista, impugnava un flauto traverso: strumento estraneo al rock, ma che nelle sue mani diventava graffiante, ritmico, persino aggressivo. Il loro primo album, This Was (1968), è un disco di blues “contaminato”, in cui convivono improvvisazioni jazz, groove swingati e melodie folk.
Un passo appena più avanti dei coetanei, ma sufficiente per segnare una differenza destinata a crescere.
Con Stand Up (1969) e Benefit (1970), la band abbandona il blues per abbracciare sonorità più acustiche e compositive.
Nel 1971 arriva il capolavoro: Aqualung, un affresco sonoro e lirico che fonde hard rock, folk e riflessione spirituale, mescolando religione e critica sociale.
Un anno dopo, Thick as a Brick (1972) porta il concetto di “album come opera unica”all’estremo: un unico brano di 43 minuti, diviso in due parti, travestito da giornale satirico, che parodia gli eccessi del progressive e allo stesso tempo li supera.
I Jethro Tull si impongono così come outsider geniali del rock progressivo, lontani sia dalle architetture sinfoniche di Yes e Genesis, sia dall’intimismo acido dei Pink Floyd.
Tra la fine degli anni ’70 e gli ’80, Anderson e soci cambiano pelle più volte: Songs from the Wood del 1977 celebra il legame con la tradizione folk britannica; A del 1980 e Crest of a Knave del 1987 flirtano con l’elettronica e con il rock da stadio, valendo alla band persino un Grammy Award nel 1989. Eppure, anche nei momenti più commerciali, la firma Jethro Tull rimane riconoscibile: arrangiamenti curati, testi pungenti, un equilibrio costante tra sarcasmo e poesia.
A differenza di molti colleghi coevi, i Jethro Tull non hanno mai inseguito l’America. La loro musica nasce e resta profondamente “europea”, intrisa di cultura barocca, folklore e ironia inglese.
Anderson, con il suo modo istrionico e letterario, rappresenta la figura del cantautore-prog: un narratore di storie, più che un semplice musicista rock.
Il gruppo, pur attraversando decine di cambi di formazione, conserva una coerenza rara: la fusione tra virtuosismo e teatralità, tra il sacro e il profano, tra melodia e sarcasmo.
Oggi, dopo oltre mezzo secolo di carriera e più di 60 milioni di dischi venduti, i Jethro Tull restano una delle band più influenti del rock europeo.
Da Aqualung a The Zealot Gene, hanno dimostrato che è possibile restare originali senza inseguire mode, e che anche un flauto — se suonato con spirito rock — può cambiare il corso della musica.
La scaletta della serata romana
Some Day The Sun Won’t Shine For You
Un blues acustico alla Muddy Waters, essenziale, scarno, con armonica protagonista e voce ruvida di Anderson.
Il testo riflette su perdita e rimpianto, con tono malinconico ma non disperato: l’idea che la fortuna, come il sole, possa svanire per chiunque.
Beggar’s Farm
Atmosfera sospesa tra blues britannico e prime venature psichedeliche.
Flauto già centrale, linee modali e tensione crescente.
Il testo racconta fuga e alienazione, con un protagonista che abbandona le sue radici senza trovare una nuova identità.
A Song For Jeffrey
Uno dei primi “classici”.
Ritmica spezzata, armonica distorta, groove nervoso.
Testo enigmatico, probabilmente dedicato al bassista Jeffrey Hammond, con toni affettuosi ma ironici.
Tutti e tre i brani estratti da This Was del1968
Thick As A Brick
Opera-monolite: una suite progressive barocca, cambi di tempo, temi ricorrenti, satira sociale e mediatica.
Il testo – attribuito al fittizio poeta bambino Gerald Bostock – ironizza sul conformismo e sull’ipocrisia britannica.
Dall’omonimo Album del 1968
Mother Goose
Da Aqualung (1971)
Folk inglese pastorale, flauto leggero e chitarra acustica.
Linguaggio surreale, personaggi grotteschi, descrizione ironica della società londinese vista con distacco quasi favolistico.
Songs From The Wood
Da Songs from the Wood (1977)
Apertura trionfale dell’era folk-prog.
Vocalità stratificata, polifonie rinascimentali, atmosfera bucolica.
Il testo celebra il legame con la natura e il folklore britannico, quasi un manifesto estetico del periodo.
Weathercock
Da Heavy Horses (1978)
Chiude l’album con malinconia campestre.
Folk rock con accenti drammatici.
Il testo usa la banderuola come metafora dell’uomo indeciso, che cambia direzione col vento.
The Navigators
Rock moderno con flauto aggressivo e riff taglienti.
Influenzato dalla mitologia norrena: celebra Njord, divinità marina.
Testo evocativo, fra navigazione, destino e protezione divina.
Curious Ruminant
Brano più atmosferico e sperimentale, flauto protagonista.
Testo legato alla figura di Heimdall: osservazione, vigilanza, contemplazione.
Tono enigmatico, quasi rituale.
Entrambi da RökFlöte del 2023
Bouree
Stand Up (1969)
Adattamento della Bourrée in mi minore di Bach.
Iconico per il flauto jazzato e l’arrangiamento swing.
Mostra l’ambizione classico-progressiva della band e la versatilità di Anderson.
My God
Aqualung (1971)
Uno dei brani più potenti e controversi.
Progressive cupo, sezione centrale di flauto dissonante quasi liturgico.
Testo feroce contro istituzioni religiose e fanatismo, critica alla commercializzazione della fede.
The Zealot Gene
Rock moderno lineare ma pungente.
Tematica centrale: estremismo, polarizzazione sociale e religiosa.
Parallelo tra fanatismi antichi e moderni.
The Donkey And The Drum
Folk rock ironico, ritmica vivace.
Metafora biblica e satira politica: la testardaggine umana che impedisce armonia e dialogo.
Over Jerusalem
Tono epico e riflessivo.
Riferimenti alla storia religiosa e conflitti mediorientali.
Domande sulla fede e sulle divisioni nate in suo nome.
Tutti e tre da The Zealot Gene del 2002
Budapest
Crest of a Knave (1987)
Uno dei vertici tardivi della band.
Ballata lunga, raffinatissima, con arrangiamento graduale.
Testo autobiografico: un backstage a Budapest, attrazione e distanza emotiva.
Atmosfera nostalgica e sensuale.
Aquadiddley
Aqualung (40th Anniversary Edition) – inedito/brief instrumental (2011)
Bozzetto strumentale legato ai temi sonori di Aqualung: arpeggi acustici, flauto decorativo.
Un’idea musicale non sviluppata in album, interessante come frammento creativo.
Poi è il turno delle pietre miliari del loro repertorio
Aqualung
Aqualung (1971)
Il brano simbolo.
Chitarra iconica, struttura in due sezioni, narrazione cruda.
Testo sulla marginalità sociale: il vagabondo osservato e giudicato, simbolo degli “invisibili”.
Uno dei momenti più teatrali e drammatici della band.
Locomotive Breath
Aqualung (1971)
Hard rock incalzante, riff martellante, ritmo da treno fuori controllo.
Testo tragico: metafora della vita che corre senza possibilità di fermarsi, destino inevitabile.
Uno dei brani più celebri e potenti dei Tull.
La Band
Ian Anderson
voce, flauto traverso, chitarra acustica
John O’Hara
tastiere, fisarmonica
David Goodier
Chitarra basso
Scott Hammond
batteria
Jack Clark
Chitarra elettrica
Tutti in piedi in sala a salutare i nostri anfitrioni, molti ultra cinquantenni, teste canute, ma tanti tanti giovani, segno che la musica rock di livello continua ad affascinare anche le nuove generazioni, soprattutto nelle esibizioni dal vivo.
Mi auguro che questo possa incuriosire qualcuno a scoprire, riscoprire e approfondire la storia della musica rock.





