“A via de la Lungara ce sta ‘n gradino chi nun salisce quelo nun è romano e né trasteverino”. Come ben sanno i romani, questo breve estratto da una antica e popolare canzone romana descrive i famosi gradini dello storico carcere di Regina Coeli, un modo di dire colorito, entrato a far parte dell’immaginario e del linguaggio collettivo, se si vuol fare riferimento alla casa circondariale della Capitale.
L’edificio fu costruito per la figlia del principe Colonna nel 1600 circa, come convento prende il nome di Regina Coeli perché dedicato a Maria.
Un anno prima dell’unità d’Italia il convento venne ristrutturato nella parte interna e fu destinato a primo carcere della Capitale dell’Italia unita. Per i lavori furono messi all’opera un certo numero di detenuti che si trovavano in altre strutture periferiche, per l’architettura interna fu scelto un panottico con due rotonde.
Le suore si spostarono in un altro blocco, non accorpato al carcere, quello adiacente all’omonima “via delle Mantellate” così chiamata in riferimento al loro lungo mantello. Sebbene non sia mai stato un carcere femminile sembrerebbe che le suore ospitassero, come se fosse una casa d’accoglienza, donne difficili e problematiche, per questo motivo furono d’ispirazione per un’altra famosa canzone popolare romana “le mantellate”, interpretata tra gli altri anche da Gabriella Ferri. Nei primi anni del secolo scorso questo blocco fu sede della polizia penitenziaria ad oggi invece ospita la caserma.
Il carcere di Regina Coeli può essere definito un “monumento alla pena” proprio perché tra le sue mura di storia ne è passata molta, non è possibile infatti dimenticare i detenuti politici come Gramsci e Pertini, oppure gli ebrei arrestati per essere poi deportati di cui sono presenti ancora delle testimonianze in una sezione. Grazie alla sua posizione nel cuore della città continua ad avere un ruolo fondamentale; il carcere trasteverino è considerato l’istituto d’accoglienza degli arrestati di Roma, di chi è ancora in una fase iniziale di custodia cautelare e quindi di breve permanenza.
Ci siamo recati a via della Lungara 29 per incontrare la dott.ssa Silvana Sergi attuale direttore dell’istituto, pugliese di Lecce e laureata in Giurisprudenza a Bari, ha conseguito la specializzazione in criminologia alla Sapienza, già direttore in altri istituti penitenziari in tutta Italia. Abbiamo approfondito con lei diverse tematiche.

Il carcere ha ancora un valore rieducativo?
Certamente. Non solo credo nel valore rieducativo del carcere ma lo posso constatare ogni giorno, già nel modo di vivere qui dentro dei detenuti. Capita spesso che anche dopo aver scontato la pena gli ex detenuti restino in contatto con noi. Ho incontrato di recente un ex detenuto che è stato qui per qualche anno, non si è mai staccato dal carcere definitivamente, non ha voluto dimenticare l’esperienza detentiva, questo perché ha capito il suo errore, ha fatto una vera revisione critica del suo passato e oggi fa una vita regolare impostata in modo diverso.
Quali sono le attività che si svolgono all’interno del Regina Coeli?
C’è una grande offerta di attività trattamentali. La legge non obbliga ma dà facoltà a chi è in custodia cautelare di aderire alle attività trattamentali. Tutti decidono però di aderire, le attività sono varie perché è varia la popolazione detenuta. Le tipologie dei corsi sono molteplici: semplici corsi professionali, corsi di manualità, molti corsi di alfabetizzazione soprattutto per gli stranieri, fino alle attività lavorative in senso professionalizzante. Ci sono attività più creative come le proiezioni dei film o momenti di riflessione.
Collaborate con associazioni di volontariato?
Il lavoro di tutte le associazioni di volontariato è prezioso. Sono numerose le associazioni che operano all’interno dell’istitutto. Sono tutte quelle dell’area romana, Vo.re.co che fa riferimento al cappellano, i volontari di Antigone e Sant’Egidio. Sono fondamentali in modo particolare durante le festività, all’inizio e alla fine delle scuole e per tutti gli eventi relativi ai bambini figli dei detenuti.
Si adoperano molto affinché il momento dell’incontro e del colloquio siano caratterizzati da qualcosa in più rispetto alla routine. Inoltre spesso riescono a dare la possibilità di fare qualche lavoro ai detenuti.
Ci aiutano su tutti i fronti umano, lavorativo e culturale ma soprattutto nell’attività volta all’ascolto. Tutti fanno attività di ascolto e di sostegno con i detenuti, questo a prescindere dal credo e dalla provenienza.

Esiste un problema di sovraffollamento?
Noi cerchiamo di mantenere le presenze entro un limite che possa garantire la vivibilità a tutti, ma esiste questo problema. Periodicamente trasferiamo i detenuti in altri istituti Rebibbia o comunque nel Lazio. Come istituto degli arrestati abbiamo sempre la necessità di accogliere, mentre la permanenza non supera mai l’anno, poiché copre il periodo di tempo relativo alle prime udienze e alle convalide. L’istituto è pieno, ma grazie al meccanismo dei trasferimenti, appena cessano le prime esigenze di giustizia come il primo grado, restiamo nei limiti previsti per legge, dislocando i detenuti.
Ci sono molti stranieri?
Si, sono intorno al 60%. Abbiamo contato pochi mesi fa la presenza di 67 nazioni. Sono tanti.
Quali sono le caratteristiche di questo carcere?
Io lo definirei come una testimonianza della detenzione in Italia. Più volte si è tentato di chiuderlo, ma non è stato possibile, soprattutto per il ruolo strategico che ha per via della logistica. È facilmente raggiungibile e poi ha un grande valore nella realtà romana, perché proprio per la sua posizione non dà l’idea dell’isolamento come gli altri istituti periferici. Qui non si perde il rapporto con la città, non si perde il rapporto con il tempo e non si perde il rapporto con le altre persone. È visibile, è presente e per questo tutti lo vivono, i detenuti con le loro famiglie, i volontari, gli operatori esterni. È parte integrante della città. Questo ci permette anche di avere un ottimo rapporto istituzionale e collaborativo con l’avvocatura e con la magistratura. Si crea una grande sinergia.
Polizia penitenziaria: ci sono criticità a livello di organico?
Ci sono molti problemi anche su questo fronte. Non solo come numero di organico, abbiamo constatato un’età media molto alta. I concorsi si sono riaperti da poco. Quello della polizia penitenziaria è un lavoro impegnativo, ha un valore bellissimo ma ha anche una sua responsabilità, si lavora con materiale umano e l’impegno è diverso, è paragonabile più ad una scelta di vita. Più che un lavoro è una vocazione. Si deve trattare con la sofferenza di altri uomini, va gestita e canalizzata in una revisione critica, in un cambiamento di vita o in un momento di riflessione. L’arresto e la reclusione inizialmente sono una sofferenza, anche se poi si trasforma per chi l’attraversa in una risorsa da cui ripartire.

Lei ha diretto diverse altre carceri in tutta Italia, quali sono le fondamenta su cui si basa il lavoro al Regina Coeli?
Il valore aggiunto di questo istituto è la tradizione di tutto il personale. Essendo questo l’istituto dell’accoglienza c’è una spiccata capacità di saper intercettare le necessità delle persone. Qui, nel tempo e a vario titolo, è come se tutti siano allenati a capire chi è la persona che entra, che bisogni ha e come possiamo aiutarla. C’è una grande differenza tra l’accogliere un detenuto trasferito e accogliere una persona nuova che sta per affrontare un’esperienza così estrema come il carcere, nessuno può sapere quali siano le reazioni. Ed è proprio questa l’abilità del personale riuscire ad intercettare le necessità senza avere riferimenti dall’esterno. Insomma c’è un’eccellenza sul l’accoglienza e sulla prevenzione del rischio e sono caratteristiche molto rare.
Una curiosità: esiste ancora l’usanza di urlare ai detenuti dal Gianicolo?
Si, anche se non serve per comunicare perché i detenuti hanno tante soluzioni per sentirsi con i familiari. Colloquio e telefonate sono assicurati, è rimasta questa usanza un po’ romantica soprattutto quando l’acustica è buona si sentono magari solo per gli auguri oppure c’è chi lo fa senza neanche avere un destinatario solo perché storicamente è stato fatto.