Dicembre 13, 2025
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Roma dice addio al suo Nicola. Oggi i funerali di Pietrangeli, gentleman del tennis italiano.

Oggi Roma è avvolta da un cielo malinconico, il gioco di forme delle nuvole che cambiano e mutano continuamente lasciando trapelare di tanto in tanto i flebili raggi di sole novembrino, sembrano voler raccontare a modo loro la storia lunga, imprevedibile e sorprendente di uno dei suoi figli adottivi più famosi: Nicola Pietrangeli.

Il feretro del tennista italiano scomparso a 92 anni lunedì 1 dicembre, è prima arrivato sul campo del Foro Italico a lui dedicato, accolto da un picchetto d’onore dei carabinieri schierato per rendere omaggio a una delle figure più iconiche dello sport nazionale, dove è stata aperta la camera ardente, poi infine accompagnato alla chiesa della Gran Madre di Dio, a Ponte Milvio, per l’ultimo saluto.

Chi era Nicola Pietrangeli

Nicola Pietrangeli nacque l’11 settembre 1933 a Tunisi. Il Padre, Giulio, era giunto in Tunisia a seguito del nonno Michele in cerca di fortuna, divenendo costruttore e vivendo nell’agio; qui incontrò la futura moglie, Anna De Yourgaince, figlia di un colonnello zarista, giunta in Nordafrica dal porto di Odessa per sfuggire alla rivoluzione. 

Nel 1943, dopo che la loro casa fu distrutta da un bombardamento, con l’occupazione alleata della Tunisia la famiglia Pietrangeli venne prima internata in un campo di prigionia e poi espulsa dal paese.

Durante la reclusione il futuro campione del Roland Garros ebbe il suo primo incontro con il tennis; il padre costruì un campo su cui giocò un doppio insieme al figlio, e insieme vinsero quello che sarebbe stato il suo primo trofeo, difficile da dimenticare:un pettine ricavato dalla scheggia di una bomba.

Nicola arrivò in Italia senza parlare una parola di italiano tanto da venir chiamato “er Francia” e inizialmente risiedevano dalle parti di Piazza di Spagna: “Era una Roma appena uscita dalla guerra. Popolare, chiassosa, colorata. Dove abitavo io, che adesso è il salotto buono delle griffe, c’erano quelli che vendevano le sigarette di contrabbando” come ricorda in una sua intervista.

Considerato per decenni il più grande tennista italiano di tutti i tempi, Pietrangeli fu il primo italiano a conquistare un titolo del Grande Slam. Vinse il Roland Garros in singolare nel 1959 e nel 1960. In doppio ottenne anche il titolo a Parigi (1959) e in doppio misto (1958). 

Oltre a Parigi, salì sul gradino più alto del podio al Internazionali d’Italia sua “Roma”  vincendolo nel 1957 e nel 1961 consolidando il suo forte legame con la città eterna. Vinse inoltre anche il prestigioso torneo il Monte Carlo per tre edizioni.

Nei tornei su erba non vinse uno Slam, ma raggiunse la semifinale a Wimbledon nel 1960: un risultato storico per un tennista italiano di quegli anni. 

In carriera conquistò decine di titoli, tra singolare, doppio e doppi misti, e si impose come uno degli interpreti più eleganti e raffinati della terra rossa, con un gioco tecnico, classe e carattere distintivo: da molti ricordato non solo come atleta ma come “gentiluomo della racchetta” raggiungendo il numero 3 del mondo.

Un rapporto speciale con Internazionali di Roma e lo Stadio a lui intitolato

Il legame di Pietrangeli con gli Internazionali d’Italia non fu solo sportivo, ma anche simbolico e identitario. Le sue due vittorie lo resero una figura chiave nella storia del torneo. 

Quando, molti anni dopo, parte della struttura del Foro Italico fu intitolata a lui si sancì ufficialmente il valore storico e affettivo del suo contributo al tennis romano e italiano. 

Per decenni, seduto in tribuna o presente al torneo, è stato “il testimone vivente” di generazioni, un ponte tra la vecchia scuola e il tennis moderno.

Così, ogni Internazionale che si gioca oggi a Roma porta con sé idealmente una parte del suo lascito: tecnica, eleganza, identità nazionale.

Il suo ruolo nella Coppa Davis: da protagonista a “padre nobile”

Una delle dimensioni più profonde e durature della sua carriera è il rapporto con la Coppa Davis. Da giocatore, Pietrangeli è il tennista con il maggior numero di match disputati e vinti per l’Italia: 164 incontri in 66 confronti, con un record in singolare di 78-32 e in doppio di 42-12.

In doppio con il compagno Orlando Sirola, esule come lui ma istriano, formò la coppia più vincente nella storia italiana di Davis: 34 vittorie su 42 incontri. 

Nonostante i momenti difficili, come le finali perse contro l’Australia, la sua determinazione e passione per la nazionale non vennero mai meno. 

Anni dopo il ritiro, tornerà protagonista come capitano: guidò l’Italia alla sua prima vittoria in Coppa Davis nel 1976, scrivendo una pagina storica per lo sport italiano. 

Per molti addetti ai lavori e appassionati, Pietrangeli non è stato solo un grande “giocatore”, ma il fondamento stesso di quel senso di appartenenza, orgoglio e identità che la Davis rappresenta. 

Un’icona che unisce sport, stile e identità

Pietrangeli non incarnava solo la vittoria incarnava un ideale: quello di un tennis elegante, colto, appassionato. Dopo il ritiro, divenne quasi un “ambasciatore” del tennis italiano.

Il suo stile fuori dal campo, la sua personalità, a tratti schietta ma sempre sincera , lo resero una figura amata e rispettata nel mondo dello sport. 

Pietrangeli era celebre non solo per il suo talento sportivo, ma per un’immagine elegante e affascinante: classe, charme, raffinatezza, un appeal quasi da “divo” della vecchia Europa. 

Non amava definirsi un “robot della racchetta”: spesso dichiarava di giocare «per amore del gioco… e per avere stile». 

Fu anche un uomo di vita intensa. Ebbe una lunga relazione con la modella Susanna Artero, madre dei suoi tre figli, di lei disse “Susanna era bellissima. A lei e alla sua migliore amica Paola Campiello, la bruna e la bionda, negli anni Cinquanta andava dietro tutta Roma. Mi innamorai della bruna. Ci siamo messi insieme da ragazzini: io 21, lei 18 anni”. In anni successivi visse una relazione importante con la conduttrice televisiva Licia Colò: “Con Licia pensavo sarebbe stata la storia definitiva. Pensi che per lei mi ero trasferito a vivere a Casal Palocco: tanto carino, per carità, ma per uno come me abituato a Roma nord, è stata una grande prova d’amore”.

Pietrangeli amava la bella vita, la socialità, i viaggi, l’atmosfera mondana. Non rinunciava ad un sorriso, a un gesto elegante, a momenti di charme. Questa dualità — tra campione e “bon vivant” — contribuì tanto al suo mito quanto alle sue critiche. 

Carattere, polemiche, relazioni dentro il tennis

Non era uomo da convenzioni. Il suo carattere libero e impetuoso, insieme a un’ironia tagliente, lo rese a volte scomodo ma sempre se stesso. Dopo l’epoca di gloria agonistica, non si risparmiò nel dare giudizi forti sul tennis moderno e sui suoi interpreti. 

Con Adriano Panatta ebbe un rapporto complesso: tra rispetto, stima, ma anche dissapori. Pietrangeli stesso confessò che un tempo lo considerava “un fratello” e che certi momenti lo “soffrirono profondamente”. 

Quanto al più giovane Jannik Sinner, pur ammettendo il rispetto per i suoi risultati, non nascose un certo fastidio per la popolarità e il modo moderno di intendere il tennis, cambiato radicalmente rispetto alla sua epoca. Secondo alcuni osservatori, in lui c’era nostalgia per i tempi “in cui la racchetta era un gesto nobile” e un pizzico di invidia nei confronti del “rombo mediatico” che oggi circonda lo sport. 

Reazioni, lutti e tributi

Il Federazione Italiana Tennis (FIT) lo ha ricordato come “padre del tennis moderno in Italia, fondamento di tutto ciò che il nostro movimento è diventato”. 

Il Internazionali BNL d’Italia, che gli deve molto, lo ha salutato con affetto: “la sua eredità vivrà per sempre nella storia del torneo e nello stadio che porta il suo nome”.

Anche il mondo internazionale del tennis giocatori, appassionati, media, ha salutato con commozione la sua scomparsa: per molti, Nicola era più di un campione: un simbolo di eleganza, storia, radici, identità tennistica. 

Pietrangeli–Panatta: amore, rivalità e stile. Il rapporto che ha segnato il tennis italiano

Il loro legame è un romanzo durato oltre cinquant’anni: a tratti affettuoso, a tratti spigoloso, sempre irrimediabilmente intrecciato. Pietrangeli e Panatta sono padre e figlio sportivi, ma anche due personalità agli antipodi che hanno fatto scintille per decenni.

Negli anni Settanta, quando Panatta esplodeva come talento puro e anticonformista, Pietrangeli era già una leggenda vivente. Per noi adolescenti giocatori FIT era Adriano la leggenda, le copertine patinate delle riviste “Il Tennis Italiano”, “Supertennis”, erano per lui, e suoi erano i poster degli appassionati affissi nelle camerate insieme agli artisti musicali più famosi dell’epoca: in effetti Panatta era Rock, per i giovani Pietrangeli era il passato, nessuno l’aveva mai visto giocare.

Pietrangeli vedeva Panatta come un erede, ma anche come qualcuno che metteva in discussione il suo trono.
È celebre la frase – riportata più volte dallo stesso Panatta – che segnò un momento di tensione: «Nicola voleva controllare tutto e tutti. Io non ero esattamente il tipo da farmi controllare».

Il leggendario trionfo di Santiago è stato, nella memoria comune, un capolavoro tecnico e psicologico. Pietrangeli era il capitano non giocatore, Panatta il leader emotivo della squadra, i loro rapporti furono professionali, ma non sempre fluidi soprattutto perché Adiano pretendeva autonomia in campo e Pietrangeli non sempre gradiva il suo stile “bohémien”.

Eppure, il trionfo rimase per anni un terreno su cui i due si sono punzecchiati e riconciliati.

Negli anni Duemila le apparizioni in tv hanno rilanciato il loro rapporto nel racconto mediatico di cui sono state epiche tante battute.

Pietrangeli, ironico: “Adriano è stato bravo… quando voleva” e Panatta, altrettanto ironico: “Nicola non si perde una telecamera. È più giovane di me…nello spirito

In più occasioni si sono ritrovati a celebrare insieme la Davis ‘76.
Panatta ha definito Pietrangeli: «Il più grande di tutti noi»,pur non risparmiando stilettate storiche. Pietrangeli, d’altro canto, ha sempre riconosciuto che Panatta ha portato “la bellezza” nel tennis italiano.

Sono due uomini legati da un rispetto profondo, coperto da strati di ironia, vanità e memorie non sempre lisce.

Panatta ha più volte detto che Nicola è “una figura fondamentale”, pur scherzando: «Non potrei mai litigare seriamente con lui. Non durerebbe: uno dei due dovrebbe vincere… e perdere non ci piace».

Un lungo duetto di personalità forti, che hanno rappresentato due epoche diverse del tennis italiano. Con le loro battute, i loro giudizi, le loro gelosie e riconciliazioni, hanno tracciato la psicologia di un mondo che cambiava. Un mondo che chiedeva meno nobiltà e più concretezza.
In tempi in cui lo sport è sempre più business, numeri, brand e risultati, la storia di Pietrangeli e Panatta ricorda che il tennis è prima di tutto un gioco, e uno stile di vita: si può essere rivali senza smettere di volersi bene.

Il bilancio di una vita, tra luce e nostalgia

Nicola Pietrangeli ha avuto una vita che oggi definiremmo “epica”: unisce lo splendore atletico di un campione di livello mondiale, la raffinatezza di un gentiluomo dei campi e l’irrequietezza di un uomo che ha vissuto il tennis come stile di vita, con passione e leggerezza.

Fu uomo di grandi amori, di amicizie sincere, di rivalità schiette. Non sempre conveniva alle regole del momento, ma raramente si piegò a compromessi. Nel suo tennis, come nella sua vita privata, contava la sostanza: eleganza, carattere, autenticità.

La sua scomparsa, a 92 anni, segna la fine di un’era. Ma il ricordo di Nicola Pietrangeli non morirà: vive nei trofei, nei record, nelle generazioni di tennisti italiani che lo hanno preso come faro, e nell’idea di un tennis fatto di classe, passione e identità.

Ha passato gli ultimi anni circondato dall’affetto dei sui tre figli e da quello dei due nipoti. Viveva in un appartamento alla Balduina “zeppo di ricordi, medaglie e trofei, che condivideva con la sua gatta “Pupina 2”. Pittoresca la storia dell’altro gatto, ”Pupino 1”, morto a vent’anni, “Un grandissimo dolore. Cremato, sta dentro la coppa d’argento vinta al Torneo di Montecarlo, che alla premiazione fu lo stesso principe Ranieri a consegnarmela”.

Sempre riguardo alle sue innumerevoli coppe un’aneddoto curioso che colpisce per la sua tagliente ironia. Alla domanda “ma quante coppe ha?” La sua risposta fu: “Non lo so, anche perché i ladri sono venuti due volte a casa a rubarle. Però gli scemi hanno preso quelle più grandi che invece sono di latta e valgono poco”.

Quello di oggi è un addio che, per chi ama questo sport, suona come la fine di un’era. Ma al tempo stesso, lascia un’eredità che continuerà a vivere in ogni partita, in ogni ragazzo che imbraccia una racchetta, in ogni stadio che porta il suo nome.

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