dav

Il dilemma è uno solo: vale la pena salvare i resti del mansio romano rinvenuto sulla via Tiberina, e farlo entrare tra le cose abituali del nostro orizzonte quotidiano? Oppure vincerà ancora una volta l’indifferenza? Riusciremo a interrompere l’orrendo skyline odierno fatto di centri commerciali e depositi industriali, oppure lasceremo che la terra ricopra la bellezza emersa e la occulti di nuovo ai nostri occhi e alla memoria?

dig

Quei resti di mura sono una parte di noi o solo antichi ruderi? La vicenda dell’antica stazione di posta rinvenuta a S. Marta, nel territorio di Capena, ci pone di fronte a domande e scelte cruciali. I costruttori, la famiglia Scarpellini, proprietari del terreno hanno deciso: non hanno più interesse a costruire e dunque nemmeno a spendere soldi per conservare e fruibile quel piccolo centro affacciato sulla pianura immensa del Tevere allora non sfregiata dalle esigenze della modernità come l’autostrada e la ferrovia. Un nucleo che i resti rinvenuti raccontano abitato da una comunità vivace per secoli e secoli fino alla fine dell’Impero Romano.

Oggi percorrendo il perimetro del lotto, proprio fronte strada si ha l’impressione (anzi, la certezza) che stia prevalendo l’abbandono e non la tutela di un bene comune. La recinzione da cantiere è divelta, l’area archeologica è alla portata di chiunque, salvata solo dall’acqua che da lì sorge e che in buona parte la sommerge. La storia sembra si protegga da sola, ma ciò non toglie che ora quella terra cosi preziosa per le radici di un territorio vasto sia incustodita, pericolosa, esposta a saccheggi dei predatori di antichità.

dav

I nostri Indiana Jones raccontano che quell’area era una sorta di antico consorzio agrario delle pianure, oltre che punto di scambio di cavalli e riposo per i viandanti che transitavano per la via Campana, oggi Tiberina. Vi abitavano contadini e allevatori, commercianti e battellieri, operai e ambulanti,fattori dei latifondisti e molti con le loro famiglie. Vi erano luoghi di culto e cimiteri. E’ stato punto di arrivo dei primi cristiani. Un microcosmo che aveva il suo porto per andare a vendere la merce a Roma.

Poi, l’oblio dei secoli, interrotto dall’idea di realizzare un nuovo capannone. Oggi dobbiamo scegliere e tocca a noi. Lasciamo stare? Ci arrendiamo? Oppure rompiamo la crosta del disincanto e scegliamo la bellezza, chiedendo a tutti e in primis alle istituzioni, Comuni, Provincia, Regione, un impegno corale a salvaguardia di un bene comune.

Ad oggi prevale la distrazione. Occorrerebbero comunicazione e partecipazione ma anche queste latitano. Intanto però la terra è li pronta a riprendersi il mansio, le sue storie, le tombe, l’acqua sorgiva. Come se avessimo rifiutato il dono sulla Via dei Canti.

Sponsor