di Massimo Carrano

Stavolta ero a casa, e allora l’ho seguito, senza troppo soffermarmi ma provvedendo a restare nei dintorni della TV.

Intanto che a Sanremo dicevano messa, ho steso il bucato, preparato un timballo di gnocchi, lavato i piatti e praticato un po’ gli esercizi quotidiani sul mio tamburo silenzioso, al fine di mantenermi ancora per qualche tempo nella categoria dei musicisti.

Di là, in televisione, Amadeus imprimeva il ritmo giusto al succedersi delle insignificanze, e tutto cominciava a muoversi, promettendo un panta rei senza impegno. 

Talmente senza impegno che, ostentando una memoria da pesce rosso, i conduttori ed il pubblico, in altre occasioni pronti ad alzarsi in piedi per le vittime di mafia, tributavano onori e gloria a Tony Renis, uno con un passato da orgoglioso amico dei Gambino, ospite di riguardo nella villa palermitana degli Spatola, indagato negli Stati Uniti per falsa testimonianza e reticente fiero; uno che a suo stesso dire “non ha cantato” davanti agli inquirenti dell’anti-mafia americana.

Del resto Sanremo è Sanremo e non potrebbe tradire il proprio ruolo di bidet mediatico per culi compromessi, che da sempre lo tiene a ronzare sul bordo sporco della coppa del potere. Leggete le cronache se non ricordate, il web serve anche a questo.

Sanremo è sempre Sanremo, immutabile, nonostante le micro-variazioni spacciate per rivoluzioni: ci sono sempre i fiori per le signore, ci sono sempre i politici, estranei all’ambiente come mozziconi su una torta a consegnare i premi di cui non conoscono il significato. C’è poi l’avvicendarsi delle “vallette”, delle quali almeno qualcuna, secondo tradizione, deve essere incapace. 

E c’è l’orchestra, grazie a Dio, disposta in due contenitori separati gli schiavi poveri a sinistra, i liberti, più ricchi a destra; a sinistra gli archi a duemila euro per 30 giorni di lavoro H24; a destra la ritmica impegnata per tre mesi ad una ventina di migliaia di euro (ma non sono sicuro).

Pur nella disparità, l’Orchestra è perfetta in ogni momento, perfetta in ogni suo ruolo e, ovviamente, profonde raffinatissima competenza inversamente proporzionale alla capacità del regista di inquadrarla come meriterebbe. Per farvi capire, un episodio: nella serata delle cover, nel brano di Tosca con Silvia Perez Cruz, ad un certo punto entra un cajon, suonato benissimo. Nel resto di questo festival quello strumento non è stato mai suonato, tranne che in quel brano dove entra, ad un certo punto, anche con la funzione di sancire l’ispirazione spagnola dell’arrangiamento, che fino a quel momento avrebbe potuto essere scambiato per fado portoghese. Arrivava con un senso preciso quel cajon, e voialtri, che non sapete cosa sia un cajon anche stavolta non lo saprete, perché il percussionista che lo stava suonando non fu mai inquadrato.  

Pazienza, resta il fatto che, pur vessata dall’ignoranza dei registi, l’Orchestra di Sanremo è da sempre uno dei fiori all’occhiello della nostra musica leggera. 

Per il resto c’è poco da dire, se non che ho ascoltato stasera esecuzioni che mi erano sfuggite nelle serate precedenti.

Per esempio, ho “svisto” Gabbani entrare con l’aria da life coach per malati terminali, l’ho sentito cantare, a rischio zero, con la voce nasale tipica di quelli che cantano male ma almeno non stonano; il  testo della canzone vacuo, farcito di parole “parolose”,  pronunciate con vocali da “bauscia” ed èsse strusciate, da dentiera in rodaggio. D’altronde, se permettiamo ad Achille Lauro di pronunciare l’italiano come un tossico smascellato, dobbiamo abbozzare sulla glottologia padana di Gabbani. 

Poi mi ricordo di Gualazzi che rifila un titolo brasiliano ad un brano con la ritmica che col Brasile non c’entra un cazzo, alla maniera di quelli delle orchestre burine che arrivano a dire “che cazzo te frega! Tu suona sempre samba , che poi rumba, mambo e ciacciaccià è tutto uguale”. La canzone si intitola “Carioca” ed avrà comunque successo, destinata com’è ad agitare il culo delle milfone leopardate, nei balli di gruppo dei futuri baccanali in ogni Papeete della costa.

Una volta tanto m’è piaciuto Pelù, non per la canzone né per la voce ma per la nettezza dell’esecuzione tenuta su con la grinta di un vero rocker. E non c’è niente da dire. Poi? Che altro c’è? A sì, Le Vibrazioni! 

Delle Vibrazioni non posso parlare, ho un problema fisico nell’ascolto delle voci-sintomo, quelle che hanno gli stessi fonemi del delinquente scemo in Scuola di Polizia 3, e i cantanti così, siano essi vibratòri o negramari, mi provocano sfoghi epidermici nell’interno coscia. Ho provato comunque a decifrare il testo e mi è sembrato che il mio sette e trenta veicolasse più poesia. Forte invece Zarrillo, che è arrivato, con la sua voce splendidamente identitaria e sobriamente accorata, a realizzare una ottima interpretazione; al punto che mi sono chiesto: perché, questo concorre e Tiziano ferro fa l’ospite, e non accade il contrario?

Intanto se so’ fatte le due: smetto di scrivere nella mestizia: di là annunciano che Morgan e Bugo si sono ritirati dalla gara, ed io non riesco a provare dolore. Buonanotte