Teatro, mon amour

Antonio Dell'Aquila ci racconta la sua esperienza di teatro amatoriale a Rignano Flaminio. Dai laboratori di lettura alla messa in scena di Eduardo De Filippo. E ci dà appuntamento per novembre con la sua "Filumena Marturano". Foto di Rudy Flores

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Antonio Dell’Aquila è un “giovane e scapestrato settantacinquenne” che, forte di un’esperienza pluridecennale nel teatro amatoriale, anima da alcuni anni il laboratorio teatrale di Rignano Flaminio. Lo abbiamo incontrato di recente per parlare della sua attività.

Partiamo con la domanda di rito: da dove vieni e cosa ti ha portato a Rignano flaminio?

Sono nato a Parete, in provincia di Caserta, “sotto le bombe” del 1943. Dopo il liceo classico, ho lavorato come odontotecnico fino alla pensione nel 2008. A Rignano vivo stabilmente dal 2014, ma frequento questi luoghi fin dagli anni ’80 quando venivo ai Quarti per andare a cavallo con i miei fratelli, trasferitisi qui prima di me.

E il teatro?

La passione per il teatro mi accompagna da 25 anni, quando vivevo a Roma ho recitato in diverse compagnie amatoriali e lì ho recitato di tutto. Nel 2015 ho pensato di trasferire la mia esperienza sul territorio in cui vivo, creando un laboratorio teatrale.

Da allora, abbiamo portato sul palcoscenico tre opere in tre anni. La prima, “Prova in Questura”, l’abbiamo messa in scena nel 2016 nel teatro parrocchiale di Rignano. Per le successive “Non ti pago” e ”Questi fantasmi” abbiamo avuto la disponibilità del Teatro Paladino, da poco ristrutturato e che ci ospita ancora per le attività del laboratorio.

“Non ti pago”, in scena alla Piazza della Collegiata di Faleria. Agosto 2017

Non ti pago” l’abbiamo replicata con grande successo anche all’aperto, nel quadro dell’Estate faleriana. Con “Questi fantasmi” abbiamo riempito il teatro Paladino per tre serate consecutive, raggiungendo 600 spettatori.

Da mesi, stiamo provando la “Filumena Marturano“, e contiamo di andare in scena il 16, 17 e 18 novembre, sempre al Paladino.

Come funziona il laboratorio?

L’obiettivo che mi pongo è di consentire a persone che amano il teatro di andare in scena, anche se non hanno mai recitato in vita loro. Il nostro lavoro è cominciato con dei laboratori di lettura.

“Leggere” è un’attività che nella vita normale facciamo mentalmente, e quindi in modo piatto. Per recitare però bisogna imparare a restituire non solo il senso delle parole, ma anche il loro “tono” e “colore”.

A differenza di quanto si crede, invece, la “dizione” non ha molta importanza. Nelle mie rappresentazioni, io recito in napoletano, ma i miei attori hanno recitato nei loro dialetti familiari (in particolare il rignanese). E con me sono salito sul palco dei romeni, dei russi. La dizione veramente non conta.

Un altro lavoro importante che facciamo nel laboratorio riguarda l’impostazione e l’emissione della voce. L’attore deve imparare a dare profondità al suono, per raggiungere anche le ultime fila del teatro senza amplificazione.

Si tratta comunque di un lavoro su se stessi, che richiede orecchio, ma soprattutto amore per il teatro, e che non si esaurisce nelle ore delle prove.

Come siete passati dalla lettura alle vere commedie teatrali?

A un certo punto è diventato un percorso obbligato. Leggere Brecht, Shakespeare, Prevert è entusiasmante, ma avevamo bisogno di “finalizzare” il lavoro di lettura. Di darci un obiettivo concreto, verso cui muoverci con un vero impegno collettivo.

Da lì a scegliere di mettere in scena le opere di Eduardo è stato un attimo. Ho scelto De Filippo perché lo conosco bene e lo sento mio, ma anche perché recitare opere di un grande autore offre una garanzia di qualità che altre commedie non possono dare.

Ci sono dei costi maggiori (i diritti SIAE), ma è un costo che vale la pena di sostenere e che cerchiamo sempre di recuperare, anche con le offerte libere degli spettatori.

Un’attività così complessa non può non avere incontrato difficoltà…

Certamente. Il teatro amatoriale implica in primo luogo amore per il teatro. Ci si vede, con costanza, settimana dopo settimana, per produrre un lavoro comune e non per amicizia o per svago.

L’attività è amatoriale: l’attore che si assenta dalle prove non paga una penale (come accade con i professionisti), ma proprio per questo ha bisogno di un’autodisciplina ancora maggiore.

Inoltre (e so di essere impopolare), il teatro non è una democrazia. Il teatro è come una nave in mezzo alla tempesta: “prima la si riconduce in porto, e poi si discute”.

Ogni rappresentazione richiede un enorme lavoro organizzativo, e l’organizzazione deve funzionare in parallelo al lavoro del regista/capo comico, senza interferenze, discussioni, suscettibilità. A volte non è facile.

Un grande lavoro, ma con quale premio?

Fare teatro è un’attività culturale e sociale per eccellenza. La cultura non è erudizione, ma uno scambio di emozioni fra esseri senzienti. Il processo culturale del teatro è lo scambio emotivo fra gli attori sul palcoscenico e il pubblico in sala.

Il pubblico, che noi chiamiamo la “quarta parete” della sala teatrale, è veramente un’interfaccia attiva. Una presenza che distingue il teatro da altre forme di spettacolo, e influenza e qualifica il lavoro degli attori.

Penso poi che fare teatro sia anche una grande scuola di vita, che ci insegna a lavorare con disciplina, puntualità, continuità.

Sono doti che servono moltissimo anche nella vita comune, indubbiamente. E quindi, lanciamo un invito a potenziali partecipanti?

Rignano flaminio ha la grande fortuna di avere un teatro, che non va sprecata. Da parte mia desidero continuare ancora a lungo con questo lavoro. Il laboratorio quindi continua, gratuitamente, e si svolge ogni martedì e giovedì sera presso il Paladino. Chiunque senta in sé la capacità di lavorare con passione e impegno è benvenuto. Basta essere pronti a imparare… magari lasciando spento per un paio d’ore il cellulare.

Come a scuola, insomma! Grazie Antonio, e buon lavoro a te e ai tuoi collaboratori. E, soprattutto, appuntamento a novembre per una bellissima Filumena Marturano”!