“La letteratura serve a fare interrogativi, non interrogazioni”, afferma Alessandro D’Avenia, scrittore contemporaneo, nelle primissime pagine del suo quarto libro “L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita”. E non è un caso che abbia scritto queste parole. Perché D’Avenia, oltre ad essere uno scrittore, è anche un insegnante che si batte ogni giorno per salvaguardare la letteratura, relegata troppo spesso a materia scolastica (e talvolta anche detestata dagli alunni!).

Alessandro D’Avenia.

Presentando la letteratura solo ed unicamente come oggetto di interrogazioni, e quindi motivo di ansia, è chiaro che, crescendo, gli studenti possano prendere le distanze da tale disciplina. Le donne e gli uomini che verranno, dunque, vedranno la letteratura come un qualcosa di noioso, difficile, incomprensibile: pensieri generati dal ricordo di un passato scolastico. Se, invece, si iniziasse a presentare la letteratura come un luogo, e quindi un qualcosa di vivo, dove potersi porre degli interrogativi (e non fare interrogazioni!), allora la letteratura avrebbe il giusto riscatto.

Bisognerebbe iniziare a guardare le cose da angolazioni diverse per poterle apprezzare ed amare. Iniziare a considerare la letteratura non più solo come materia scolastica ma come insegnamento per conoscere e per vivere. Come? Interrogandosi. Vivendo le domande che nascono mentre si legge. Perché la letteratura è uno strumento di conoscenza di sé e del mondo esterno.

Uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Giacomo Leopardi, in una delle sue poesie più celebri si chiede: “ed io che sono?” (“Chi sono io?”). Bene, lo scrittore porta il lettore a fare la sua stessa esperienza, in questo caso conoscersi, domandarsi chi si è. E ponendosi domande sul mondo: “a che tante facelle?” (“A che cosa servono tante stelle?”). La letteratura, in tal senso, può essere anche un arricchimento.

A. Ferrazzi, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1820.

Tuttavia, per far sì che ciò accada, bisognerebbe ridurre la distanza tra la letteratura e le persone, perché dietro ogni libro non c’è solamente studio, dedizione e disciplina, ma anche e soprattutto un essere umano che ha amato, gioito, sofferto, e che le proprie emozioni è riuscito a metterle su carta, a renderle leggibili. E questo essere umano, lo scrittore o la scrittrice che è al servizio della letteratura, è qualcuno che si mette a nudo e che mostra le proprie fragilità e debolezze, due caratteristiche che spesso la società di oggi tende a far reprimere, nonostante siano comuni a tutti. La letteratura come casa delle emozioni può rendere più uniti, empatici, sensibili. Senza dimenticare che la letteratura, grazie a tutte le storie reali o immaginarie che vengono narrate, può anche intrattenere!

Chi è pronto, dunque, a fare un viaggio all’interno dell’anima dei grandi della letteratura? Chi è pronto a ridere, piangere, amare, sognare attraverso poesie, romanzi e opere teatrali? Chi è pronto a vivere le domande?

Nel frattempo, vi lascio con queste meravigliose parole tratte dal libro “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, scrittore del secolo scorso. 

“Abbiate pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e tentate di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse v’insinuate così a poco a poco, senz’avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta”.

Rainer Maria Rilke.