Distesa sul letto di un manicomio giaceva Alda Merini, internata contro la sua volontà nel 1961. Lei stessa si rese conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrebbe fatto molta fatica ad uscire, e non prima di aver subito sulla sua pelle ogni tipo di umiliazione, violenza, maltrattamento, tortura, compreso l’elettroshock: negli anni ’60, infatti, ancora non era entrata in vigore la legge Basaglia che nel 1978 avrebbe imposto la chiusura dei manicomi e avrebbe regolamentato il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici.

I medici parlarono di disturbo bipolare, ma Alda, da poetessa quale era, definì la sua sofferenza psichica come “ombre della mente”, come quasi dei fantasmi che vagavano dentro il suo cervello senza mai darle tregua. I giorni all’interno del manicomio furono disumani, lunghi, spaventosi; nessuno poteva andare a trovarla e le lettere che scriveva ai suoi cari venivano prima controllate dagli psichiatri e poi, forse, spedite.

Alda sapeva di convivere con qualcosa di più grande di lei; spesso, infatti, parlava del dolore della malattia mentale come qualcosa che urla dentro e non riesce a uscire. Tuttavia, riusciva ad avere una lucidità che spesso la portava a ribellarsi anche e soprattutto all’interno del manicomio, un luogo che, però, la stava facendo impazzire veramente. Se non fosse stato per qualcosa che la curò, qualcosa che lenì il suo dolore, qualcosa che riuscì a far saltare fuori quell’urlo intrappolato dentro di lei, una panacea, un balsamo, una medicina: la poesia.

Lo stesso psichiatra che la tenne in cura durante gli anni del manicomio affermò che la scrittura è stata per lei l’unica via d’uscita. Alda seppe trasformare la follia in poesia. Non a caso nacque il 21 Marzo 1931, giornata mondiale della poesia, nonché equinozio di Primavera, se vogliamo, stagione della rinascita. Lei stessa scrisse a riguardo una bellissima poesia, accompagnata da queste parole: “la primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio”.

Alda Merini.

“Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.”

 

Chissà se, come affermano molti, vi è un nesso tra la follia e l’arte in senso ampio: Van Gogh, Baudelaire, Pavese, Leopardi, Verlaine, Rimbaud, Woolf, Dickinson, Munch…Sono solo alcuni dei nomi degli artisti ai quali, dopo la nascita della psicanalisi, venne associato un disturbo/malessere psicologico. E se così fosse, in un essere umano nasce prima l’arte o la follia? È la follia che porta gli esseri umani a fare arte o è l’arte che spinge l’essere umano a sviluppare una qualche forma di irrazionalità? Ma l’irrazionalità non nasce, forse, dalla troppa razionalità, da una piena coscienza del disastro che è il mondo? Il cosiddetto “folle” era, dunque, in precedenza, il più lucido di tutti?

Charles Baudelaire.
Vincent van Gogh.
Virginia Woolf.
Emily Dickinson.

Sono proprio gli artisti, infatti, che riescono a porre lo sguardo laddove la gente comune non riesce, e vengono a volte considerati “folli” forse proprio per questo, per riuscire a guardare oltre i “cocci aguzzi di bottiglia”, come direbbe Montale, oppure per riuscire a decifrare le “corrispondenze” di cui parla Baudelaire; insomma, per poter vedere quell’oltre dove si nasconde tanto, troppo forse. Un oltre che spesso produce sofferenza.

La stessa Merini in un’intervista, alla domanda “pensi che la mente di un poeta sia più vulnerabile rispetto a quella delle altre persone?”, ha affermato che l’artista soffre molto di più rispetto agli altri ma non si difende neanche, perché è bello accettare anche il male; una delle prerogative del poeta è non discutere mai da che parte venga il male. Lei lo ha accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia, è il cambiamento della materia che diventa fuoco, fuoco d’amore per gli altri.

Insomma, nel caso di Alda Merini, che sia nata prima la sua arte o prima la sua “follia”, questo non importa; certo è che ha saputo trasformare le sue “ombre della mente” in “fuoco d’amore per gli altri”, in arte, in poesia, tenendo vive le sue domande, i suoi perché, senza però ossessionarsi, senza cercare delle risposte che non potevano esserle date.

A tal proposito, sono interessanti le seguenti parole che Alda pronunciò negli ultimi anni della sua vita: “la letteratura è un grande rischio, come l’amore. Il poeta che si avventura nel mondo delle lettere rischia la vita, la propria esistenza perché deve fare il diverso, deve andare tra la gente, tra il popolo, capirli e non farsi capire, è praticamente una spia”. E termina dicendo: “non cercare di comprendere la vita e allora ti sarà tutta una festa. Io non cerco di capire, lascio che capisca qualcuno che è più in alto di me. Nemmeno io capisco la mia poesia, è un dono, io sono portatrice di un dono”.

Aldo, Giovanni e Giacomo con Alda Merini.

Dunque, cari lettori, vi chiedo oggi quale insegnamento possiamo trarre dalla letteratura e quali domande possiamo vivere. Certamente l’insegnamento che si può trarre dalla storia di Alda Merini è quello di non abbattersi di fronte alle tempeste che la vita ci riserva, ma cercare di navigare nel mare in burrasca, avendo, creando o facendo qualcosa che ci faccia sentire vivi, avere sempre con sé un balsamo che faccia alleviare i nostri dolori: questo rimedio può essere l’amore, che sia per una passione come lo è stato per Alda Merini o che sia per una persona quale un figlio o una figlia, un genitore, un partner. O magari, chissà, anche per noi stessi. Perché nonostante tutto, come afferma la nostra scrittrice, “quando senti qualcosa che ti fa vibrare il cuore, non domandarti mai cosa sia ma vivilo sino in fondo, perché quel brivido, quella sensazione si chiama vita.” Quanto alle domande, solo voi sapete quali si sono generate nella vostra testa. Bene, vivetele.