Il complesso  della Cantina sociale di Capena rinascerà nel segno della solidarietà. Il filo della storia da cui è nata quella struttura dunque non si interrompe ma proseguirà sotto altre forme ma sempre al servizio della comunità. Io credo, sia il segno che la terra ondulata dove molti di noi sono nati  sia sorretta dalla magia delle resilienza, da una fitta rete di invisibili e fortissimi fili capace di opporsi all’abbandono e alla perdita definitiva di sè.

NASCERA LI IL CENTRO REGIONALE DELLA PROTEZIONE CIVILE

La Regione Lazio per rigenerare i locali dell’ex cantina sociale cooperativa Feronia nei prossimi anni investirà qualche milione di euro per farne il Centro logistico della Protezione civile regionale. È una bella prospettiva, ma prima che parta la trasformazione, bisogna aver consapevolezza che occorre trattarle bene quelle nostre cose, sapere che ci si muove in una sorte di cristalleria della memoria collettiva perché quel sito era un bene comune. Luogo di passione e fatica. Per quaranta anni quei manufatti oggi in rovina, quei silos vuoti, quelle macine arruginite che al tempo sembravano l’inferno in terra quando inghiottivano l’uva a quintali e quintali, la bascola gigante per pesare trattori con  rimorchi pieni d’uva, e camion,  sono stati l’anima del paese e il suo scrigno. In quei locali diruti e allo sfascio hanno lavorato, faticato, sudato  e anche litigato per decenni, uomini e donne con tutta la passione di cui erano capaci e la forza dei sogni che avevano.

LUOGO DI FATICA E PASSIONE, DI GLORIA E SCONFITTA. DI SOGNI

Così fu per i nostri vignaioli, per gli amministratori come Paolo Alei, democristiano di grandi vedute,  amante della cooperazione,  per il primo direttore Franco Bellezza, gentiluomo per bene, bianco nel cuore e di fede , ma attratto dal rosso degli amici e della Ferrari, curò l’avvio della cantina e poi fu scelto Palmiro Di Giammichele, giovane direttore figlio di quei contadini rossi che avevano scelto come presidente Pietro Zaccardini comunista italiano, alla cui tavola ho spesso mangiato, e  che volevano essere padroni dei mezzi di produzione. Fu lui il direttore rosso a farla grande tra polemiche e attriti, ma con grande oggetivo amore, e che avviò la fase di commercializzazione del prodotto insieme a Saverio Scriponi che invece creò la rete di vendita. Raggiungeva il mare Ostia quel nostro vino, i ristoranti di Fiumicino , Campo di Fiori e  le mense degli operai che costruivano i palazzi sulla Laurentina. Ne andavamo orgogliosi di quella nostra fabbrica.  Ci rappresentava perche non era solo nostra ma di una intera fetta del territrio metropolitano a nord di Roma.

LI CAMMINARONO OPERAIE, AUTISTI, MIMMO IL CANTINIERE

Ma lì camminarono ore e ore lavorando duro Caterina, Nazzarena, Adriana, Mariannina e Michele suo marito, Bruno, Felicita, Leonilde, Scriponi, Mimmo il cantinere capo , Bianchi e Vecchiotti e Martino e Tommaso e tutti quelli di cui la memoria non mi suggerisce i nomi, ad imbottigliare il vino prodotto dalle vigne di Capena, Fiano, Morlupo, Castelnuovo, Riano fino a quelle di Rignano, ma anche di Faleria e dei paesi della Sabina romana. Così per quattro decenni è stato alimentato un flusso di risorse che ha fatto crescere il paese e permesso alla famiglie di far studiare noi figli.  Poi, nel 2002, l’abbandono.

IL VIAGGIO NELL’ABBANDONO CON FABRIZIO

Nei mesi scorsi ho fatto un viaggio tra i detriti di questa mia storia e ho visto le lavagnette per indicare il tipo di vino ancora attaccate ai silos di stoccaggio, i pozzetti, gli uffici sfondati con i scaffali pieni di documenti inutili. Fabrizio con il suo arsenale fotografico faceva da cicerone. E cosi mi ha indicato tappi abbandonati, bottiglie che non hanno visto il vino, gli armadietti blu del personale abbandonati.  Un cumulo di macerie che ora sono destinate a diventare altro. Un luogo, come recita una nota sul sito del Comune di Capena “dove verranno ospitati gli uffici della Protezione civile, i locali per la formazione ed una foresteria per ospitare in caso di emergenza. Non mancherà lo spazio per lo stoccaggio dei mezzi e della logistica.Completano l’opera una pista per l’elisoccorso e l’archivio telematico della regione Lazio. Nel rispetto di una economia ecocompatibile il centro sarà provvisto di impianto fotovoltaico, che lo renderà praticamente autonomo dal punto di vista energetico”.

LA STORIA NON FINISCE, RINASCE SOTTO IL SEGNO DELL’ARABA FENICE 

Ma ci sarà anche uno spazio per la nostra memoria.  Il Comune infatti avrà nella sua disponibilità, nella parte frontale del sito una struttura di 400 mq che ospiterà un auditorium polivalente per 140 persone 3 grandi sale, uffici e servizi.
Inizia un’altra storia ed è nel segno dell’Araba Fenice. Sarebbe bene che ognuno di noi seguisse il suo svolgersi passo passo. Con la cura e l’attenzone del cuore che si deve ad una storia importante della nostra Via dei Canti. Li dentro sembrerà strano , sembrerà impossibile ma ancora regna un ultima Regina per altro bellissima …Ma questa è un’altra storia che prima o poi dovrà essere raccontata.