Ambrogio Sparagna il 20 luglio a Riano: “La musica popolare per ritrovarsi e riscoprire di essere felici”

di Italo Arcuri

Ambrogio Sparagna, etnomusicologo e virtuoso dell’organetto, sta alla musica popolare come le tradizioni stanno alla Cultura. Nel senso più alto e pieno del termine (e della similitudine). Autentico cultore di canti e note di tempi andati e sempre attuali, il Maestro Sparagna studia, ricerca, innova e divulga musica a piene mani.

Ha collaborato, tra gli altri, con Francesco De Gregori, Angelo Branduardi, Lucio Dalla e Teresa De Sio. È una montagna di creatività, in cui il passato diventa modernità per evoluzione stilistica e cura di sostanza.

“I miei più che concerti – mi dice in un colloquio in cui ogni sua parola trasuda passione e in cui ogni sfumatura è minuzia – sono vere e proprie feste popolari. Feste coinvolgenti, in cui la ricerca è parte integrante della mia narrazione. Del mio stare insieme al pubblico”.

Come sta la musica popolare, che è fatta anche di tatto, dopo due anni di pandemia, che la popolarità l’ha messa da parte a discapito del distanziamento?
“Nella tua domanda sta l’essenza di ciò che faccio da sempre: vivere in relazione al pubblico, che ai miei eventi diventa protagonista. E il protagonismo è anche un fatto che si tocca in maniera diretta e intera. Due anni di Covid l’hanno annullato e ancora oggi facciamo fatica a ritornare alle nostre abitudini di sempre. Sentirsi parte di una comunità è un’esigenza. E la musica popolare in questo aiuta. Per fortuna in Italia, in tal senso, siamo messi meglio che altrove. E ciò mi conforta”.

Musica popolare è sacro e profano al contempo. Come in tutte le tradizioni italiane vanno a braccetto e di pari passo. In che misura il sacro si mescola con il profano nella tua musica?
“In Italia questa contaminazione è una caratteristica della musica popolare. La ritualità spirituale, che nasce nel Medioevo, si è mantenuta in tutto e per tutto ancora oggi. La dimensione spirituale si è conservata. Ad esempio quando si canta l’amore lo si fa in relazione anche ai momenti religiosi, quelli che ancora vivono nel Paese”.

Per un artista come te la musica popolare è anche “bagnarsi con la gente”. Può essere questo tipo di musica a svegliare la nostra società dormiente in fatto di idee e di originalità?
“Si, penso proprio di sì. Guardando attorno le cose più interessanti vengono proprio dalla musica popolare che è capace di incrociare realtà diverse. La grande produzione ce lo insegna: abitare un Paese significa abitare il mondo intero. Anche nell’ultimo contest europeo di Torino, quello in cui ha vinto la Kalush Orchestra, lo strumento principale in uso a questo gruppo è stato l’antico e amato flauto, che è diffuso in tutte le culture musicali. Questo per dire che, oggi più di ieri, serve lottare contro l’omologazione. Anche i grandi eventi di musica e di spettacolo devono lanciare messaggi chiari e innovativi per tornare ad una dimensione più naturale e meno artificiosa. Ce lo insegna Pier Paolo Pasolini, di cui quest’anno celebriamo il centenario della nascita, e che prima di altri aveva intuito i motivi fondamentali della musica popolare, fatta di parole e di note originarie”.

Torniamo alla spiritualità. Per te che hai fatto diventare “popolare” anche la Messa, nel dicembre del 2021 a San Pietro, quanto è importante?
“Tantissimo. La spiritualità è un parametro che diventa ricerca di fede, vissuta e coniugata alla realtà dei nostri tempi”.

Allievo di Diego Carpitelli, quanto dei suoi insegnamenti continuano a far parte del tuo bagaglio culturale?
“Il rigore nello studio. In tutto ciò che faccio ho cercato di mantenere vivo uno dei suoi insegnamenti fondamentali: il rapporto binario che intercorre tra studio, ricerca e innovazione, sperimentazione”.

Dalle lotte operaie alle feste religiose, da Giacomo Leopardi, cui hai dedicato una ballata in occasione del bicentenario della nascita, a Dante Alighieri, di cui hai musicato alcune terzine in occasione del settecentenario della morte… dalle collaborazioni con Francesco De Gregori a Lucio Dalla quanta importanza ha la storia, civile e culturale, per il nostro Paese?
“È essenziale. Noi rappresentiamo attraverso il canto la storia del nostro popolo. Quando, nelle “Trincee del cuore”, ad esempio, ho fatto ricerca sugli italiani in trincea durante la Prima guerra mondiale ho raccolto le loro storie in presa diretta, dialogando con loro. Orrore, povertà e fame. Dialetti e storie. E poi le ho messe in musica. Ambientando, rievocando e innovando. Così sui temi dell’ambiente e della natura… temi su cui si poggia il vero progresso umano, lo stesso pontificato di Francesco ci insegna che dobbiamo essere noi i custodi del creato”.

A proposito di natura, la taranta, di cui tu hai diretto il Festival in terra di Puglia dal 2004 al 2006, di questi tempi, non pensi che andrebbe fatta ballare ai “grandi” della terra…
“I motivi di custodire il creato sono una necessità. Pandemia, guerra, siccità, cambiamento climatico: credimi, non basterebbe una “ballata” per pizzicare a dovere i “grandi” della terra. Servirebbe un movimento, come ai miei tempi. Un movimento per porre al centro dell’attenzione la custodia del creato. Anche se c’è tanta distrazione e distruzione in giro resto però ottimista. Devo esserlo. E per questo sostengo la socialità, il protagonismo dell’umanità”.

Cosa vedremo e sentiremo mercoledi 20 luglio nella Cava di Riano?
“Il desiderio di ritrovarsi per tornare ad essere felici con una musica che arriva diritta al cuore. Con le dovute attenzioni e precauzioni ma con la voglia di sentirsi comunità che si emoziona”.

L’appuntamento con Ambrogio Sparagna e l’Orchestra di Musica Popolare dell’Auditorium del Parco della Musica è in agenda: a Riano, mercoledì 20 luglio, alle ore 20.30, nell’ambito della XV edizione del Teatro nelle Cave 2022.

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