Aprile 20, 2026

Tre pagine di storia per ricordare Don Antonio Giacomini, parroco di Faleria

Storico parroco di Faleria, insegnante, appassionato di musica, ma non solo. Don Antonio Giacomini è stato un punto di riferimento per la comunità, di credenti e non, per il paese. Lo dimostrano tanti gesti, piccoli e grandi: le ripetizioni di latino offerte a chi doveva iniziare il liceo, l’impegno durante la pandemia, il campo di calcetto costruito nella casa parrocchiale, la Schola Cantorum. Quando questa mattina mi è arrivata la notizia, ho aperto la sua chat e leggendo tra i messaggi viene ancora una volta fuori la figura del prete di paese, presente, disponibile, vicino. Gli chiedevo del bigliardino per l’Associazione Giovani oppure le chiavi della Chiesa per far vedere gli affreschi ad alcuni amici di fuori. La risposta era sempre la stessa: “a disposizione”. Poi gli auguri, gli aggiornamenti, le congratulazioni, tanto calcio, anzi no: tanta Roma.

Frammenti che fanno la storia, perché don Antonio è stato un pezzo di storia per Faleria. E per ricordarlo scelgo tre momenti della storia ufficiale, quella che entra nei libri, di cui don Antonio è stato testimone.

La prima è la notte di Natale del 1972, quando a Sant’Oreste arriva Papa Paolo VI, per salutare gli operai e i minatori che stavano costruendo la ferrovia “Direttissima” che collega Roma e Firenze. “Non è luogo di discorsi – queste le parole del Pontefice – ma solo d’un saluto, d’un saluto speciale per voi, Minatori, e per quanti spendono qui la loro penosa fatica, sepolti in questa galleria, che pare piuttosto ancora una caverna, e dove nonostante le macchine fragorose e prepotenti, e le luci abbaglianti e l’aria condizionata, è necessaria la presenza dell’uomo, che vi consuma le proprie energie in uno sforzo continuo e sovrumano. Che vi dovrei dire, del resto? Bravi. Forti. Meravigliosi”. In quella occasione Don Antonio è presente come vice parroco e scrive un articolo per il giornale Soratte Nostro (che ripubblichiamo a questo link in versione integrale): “Il Vescovo gli presenta il Parroco di Ponzano e poi… “e questo è il Parroco di Sant’Oreste”, il Papa mi stringe la mano destra e posa l’altra sulla mia spalla in atteggiamento paterno: “ma il Parroco di Sant’Oreste non è anziano?” “Si, Santità, sta aspettando fuori, vicino all’altare, è malato!” “e tu come ti chiami?” “don Antonio Giacomini, sono il viceparroco!” “Bravo, vi siete fatti onore! Benedico tutti!””.

Poi un altro pezzo di storia, stavolta del 1978. Il 10 maggio, a Torrita Tiberina, si svolgono i funerali di Aldo Moro. È un rito privato, riservato ad amici e famigliari, che avevano rifiutato la cerimonia pubblica e la presenza di altri politici. Ad officiare è il parroco del paese, don Agostino Mancini, insieme a don Carlo Crucianelli e don Antonio Giacomini, che ricordava così quel momento proprio ai nostri microfoni: “Si respirava un’atmosfera quasi irreale. C’era tanta, tantissima commozione da parte di tutti. La moglie di Moro, Eleonora, faceva la catechista nella parrocchia di Torrita e veniva considerata come una paesana, era conosciuta da tutti. Ricordo che alla fine della celebrazione, mentre andavo via, il primo politico che incontrai per strada, con una andatura molto veloce, è stato Amintore Fanfani”. L’allora presidente del Senato aveva chiesto il permesso di partecipare ai funerali al segretario della Democrazia Cristiana, Benito Zaccagnini, che gli aveva risposto: “Se vai ti faccio espellere dal partito”.

I funerali di Aldo Moro, a Torrita Tiberina
I funerali di Aldo Moro, a Torrita Tiberina

L’ultimo pezzo di storia è più recente, è di vent’anni fa: il 2005. Erano i giorni prima di Pasqua e don Antonio, come tutti gli anni, benediva le case di Faleria e girava il paese insieme ai chierichetti. Tra loro c’ero io, che aspettavo quel momento per tutto l’anno. Un po’ perché a fine giornata il Don ci dava qualche soldo, che per noi erano i primi euro guadagnati e che puntualmente andavamo a spendere alla pizzeria di Virginia, in piazza. Un po’ perché entravamo nelle case di tutta Faleria, ci sentivamo importanti e ci facevamo un po’ gli affari degli altri. Quel pomeriggio eravamo ancora a metà giro, era una giornata particolare perché intanto era iniziato il conclave. Citofoniamo a una casa, la signora ci fa salire, il televisore è acceso e ci fermiamo un attimo a guardare: fumata bianca. Liberi tutti. Scappammo via, Don Antonio doveva andare a suonare le campane e noi avevamo mezza giornata libera. Avevano appena eletto Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI. Sarebbe diventato il primo pontefice dell’età moderna a dimettersi. Ma quello non lo potevamo sapere. Non lo poteva sapere neanche don Antonio.

Lamberto Rinaldi
Lamberto Rinaldi
Classe 1994, una laurea in Filologia Moderna e un tesserino da pubblicista. Prof di Lettere di giorno, giornalista di notte. Su Il Nuovo dal 2016, scrivo per ilCatenaccio e Stampa Critica. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare.

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