L’albero di Natale è pronto dal primo novembre. Fuori facevano 20 gradi, ma su YouTube era già partita la playlist di Michael Bublè. “Se lo facciamo l’8 dicembre poi dura troppo poco” ha detto mia moglie. E allora ho obbedito. Ho sistemato le luci, ho piazzato le decorazioni, io mi occupavo della parte non visibile dell’albero, non ho capito bene perché. Ci abbiamo messo due giorni.
A guardarci, con una faccia dubbiosa, forse spaventata, di certo non convinta, c’era lui, la grande novità di questo Natale: mio figlio. Mentre scrivo sta dormendo illuminato dalle lucine, giallo rosse ovviamente. Mi fermo a guardarlo, così, senza fare niente. Avrei una serie di incombenze infinite, il direttore mi ha chiesto un articolo e la consegna era per ieri. Devo cercare nel mio catalogo di scuse, provo a inventarmi un imprevisto, un contrattempo, un problema dell’ultimo minuto. Poi guardo mio figlio e ho l’illuminazione. La scusa è lui. Ormai è una carta sicura, da giocare quando torna più utile: aperitivi da saltare, pranzi da evitare, parenti ammalati che vogliono comunque salutare ma insomma meglio di no. Quest’anno l’ho usato anche per non andare a raccogliere le olive. La scusa suprema è lui. E me lo gioco senza ritegno.
Lo guardo e penso a quante cose sono cambiate in neanche tre mesi. Prima su Il Nuovo scrivevo dei cori degli Ultras Faleria e ora quei cori li uso come ninna nanna. A dire la verità, però, ora si è fatto più esigente. Sono riuscito ad addormentarlo con questa combo: La Locomotiva di Francesco Guccini, Forza Roma Forza Lupi di Lando Fiorini e Scatole dei Pinguini Tattici Nucleari.
Sì, lo so, state pensando tutti la stessa cosa: ma come potrà crescere mai ‘sto figlio? Male, ovviamente. Gli sono capitati in sorte due genitori ansiosi, di quelli che ancora controllano se respira mentre è nel lettino e che registrano con il cronometro in mano il tempo della poppata. Due che per farsi forza, ogni tanto, si guardano e si dicono “vabbè, dai, in fondo siamo bravi”, salvo poi ricredersi alle 3 di notte. Due che stanno ancora aspettando il libretto delle istruzioni, ma i più esperti ci dicono che non arriverà mai.
Mi fermo un attimo, lo guardo ancora dormire. Ha appena sorriso. Chissà cosa sogna, forse la Roma campione d’Italia, il Faleria in Serie A, cinquanta quintali di nocchie il prossimo anno. Possibile, ma non ne sono sicuro. Mentre mi rimetto seduto faccio un errore madornale: sposto la sedia senza sollevarla. È un rumore impercettibile, leggerissimo, ma è quanto basta per svegliarlo. Ci guardiamo impauriti. Mi affaccio sulla culla, in avanscoperta: troppo tardi, è sveglio. In un attimo crollano i piani di tutto il pomeriggio: compiti da correggere, piatti da lavare, articoli da scrivere.
Si gira, mi guarda, allarga gli occhi, gli occhi più belli e più grandi che abbia mai visto. Mi sorride come a volermi dire: “Ma guarda, ci sei anche te, papà”. Perdo di nuovo la testa. Ma ormai sono tre mesi che stiamo messi così, che perdo la testa ad ogni minimo verso, ad ogni espressione, ad ogni sguardo. Lo prendo in braccio, continua a guardarmi, sorride e si copre, come se si vergognasse. Come fai a spiegarlo?
Direttore scusa, mi sa che l’articolo non te lo consegno neanche oggi.





