Oggi è tutto molto più strano. Ieri i bambini si svegliavano e volevano fare i calciatori, oggi si svegliano e voglio fare i rapper. Ma nel rap, come nel calcio, bisogna vedere chi rimane”. Slam aka Histeryack arriva subito al dunque. E lui si questa strada di sogni e musica, di barre e beat, ci rimane eccome. Si chiama Matteo Aslam, ha 23 anni, metà faleriano metà romano, e da poco ha sfornato il suo primo album. Si chiama Norman Beats ed è uscito per l’etichetta indipendente Zio Mario Recors. Un progetto di cui Matteo è una delle anime principali e che dalle stanze di un home studio a Riano arriva fino a Oltreoceano. E ci ha raccontato come.

Oggi tutti vogliono fare rap, dicevamo. Ma prima non era così, lo stesso rap era un genere diverso, non era così ascoltato. Te come hai iniziato?

La prima traccia che ricordo è Che Idea dei Flaminio Maphia. Poi Fabri Fibra, con Applausi per Fibra. Ci siamo andati tutti sotto. Non c’era Youtube e non c’erano Spotify, erano i tempi di Emule, di Limewire, quando scaricavi i brani e non sapevi mai quello che trovavi. La scintilla c’è stata con Fabri Fibra, anche se all’inizio non lo capivamo. Ma era di impatto, se a 13 anni ascolti quella roba ti colpisce, ti entrano in testa.

Quando hai capito che era questa la musica che volevi fare?

Al secondo anno di liceo. È iniziato tutto come un gioco, come un desiderio di esprimersi. Penso che ogni persona, specie chi non è estroverso come me, arriva ad un punto in cui o si esprime o esplode. Ascoltando tutti i giorni quel tipo di musica, io ho trovato lì la mia valvola di sfogo. Allora ho detto: provo a farla anche io. Innanzitutto per svuotarmi, per esprimere qualcosa. Ho sempre usato l’insegnamento di prendere il male che hai dentro e metterlo sulla carta, renderlo qualcosa di costruttivo invece che qualcosa di distruttivo.

Il rap aiuta più di altri generi a fare questo?

Tutta la musica ti permette di parlare di ciò che hai dentro. Guarda per esempio Billie Eilish, che parla dei suoi drammi adolescenziali con uno stile particolare. Ognuno trova il suo. Il rap, al contrario di altri generi, non ha peli sulla lingua, puoi dire quello che vuoi.

Arriviamo a Norman Beats. Primo album, ma non primo lavoro.

No, prima c’è stato un EP autoprodotto che serviva come passaggio per arrivare a questo album. Sono due progetti molto legati, anche se uno è di 7 tracce e uno di 13, uno più lungo e uno più corto. Sono due prodotti collegati, ma molto diversi. Le prime 7 tracce ad esempio sono simili come tema ma non come stile a quelle dell’album, che invece rimane più cupo, più duro.

L’etichetta è quella di Zio Mario Records. Ci racconti cos’è?

È un’idea nata per puro caso. Con Francesco Sbaba Sabatano di Ancona, che ho conosciuto tramite gli studi, a gennaio di due anni fa, e che aveva pensato di fare un’etichetta indipendente. Così ho raggruppato persone fidate, abili in diversi campi, dalla produzione, al video making, alla grafica. Piano piano abbiamo creato qualcosa di impensato, stiamo facendo piccoli passi da gigante. Il disco è registrato da Gianandrea DocOne Rossi, a Riano, home studio, che dall’adolescenza ad oggi ci ha seguito.

Torniamo all’album. Perché questo titolo, Norman Beats?

Il riferimento è Norman Bates di Psycho, serie di romanzi di Robert Bloch, facendo riferimento al mood di come sono nati i beat: a caso, sperimentazioni random. L’abbiamo registrato nell’home-studio di DocOne, a Riano, che ci segue dagli anni di Elettrolisi Lessicali. L’intento era quello di fare un primo album in tutti i sensi. Anche se quello che è uscito è qualcosa di vecchio, che non mi rappresenta più: ho svuotato gli ultimi cinque anni di problemi e li ho messi su carta.

Ascoltandolo viene fuori di tutto. Messi, Medea, Dante, tante serie tv, tanto cinema e libri. A cosa ti sei ispirato?

È un disco particolare per il rap, che in genere viene dalla strada. Io invece ho voluto fare un disco chiudendomi in casa. L’idea era proprio quella di chiudermi per aprire quello che avevo dentro. Per farlo ho usato un’allegoria con quello che vedevo: dalle serie tv al cinema, è tutto un’immagine che si ricollega ad altro della mia vita, similitudini di ciò che sento.

Su questo discorso di apertura-chiusura, c’è un pezzo in Fypm, Pt.2 che fa: “Nato a Roma sempre grezzo / ma la casa sta a Faleria / un abbraccione da Slam / un vaffanculo da Hysteria”. Quanta differenza c’è tra città e paese e quanto la senti sulla tua pelle?

Differenza c’è, eccome. È un discorso complesso su cui vorrei lavorare nei prossimi progetti. Il rap nasce quasi sempre da una realtà cittadina, però in Italia quelli che vengono da realtà più piccole, più calme, notano dei particolari che chi è nato in città dà per scontato. Questo non rende il rap di provincia migliore di quello di città. Li rende diversi. C’è differenza tra i primi Club Dogo e quelli di adesso, dal Fabri Fibra di provincia a quello di Milano.

C’è un’altra rima che mi ronza in testa: “Ho troppi sogni in testa / Una miriade / Vivo coi soldi in tasca / Nelle mie idee”. Quant’è difficile far combaciare sogni e prospettiva economica?

In realtà il significato di quel verso è un altro. Quello che voglio dire è che nonostante tutto quello che sto vivendo, nella testa ho queste cose qui. Vado avanti e i soldi non li intendo tanto come ricchezza, ma come mezzo attraverso cui poter realizzare quello che vuoi, per arrivare gli obiettivi che ti poni.

La più classica delle domande. Quanto ci metti a scrivere un testo?

Ti do la più classica delle risposte. Ci sono volte che ci metto due minuti. Ti basta sentire una base e già hai il testo dentro. La particolarità di questo disco, forse, è proprio questa: la maggior parte delle tracce, almeno 10 su 14, sono fatte di getto.

Inutile chiederti che sensazioni provi quando scrivi. Ascoltando Norman Beats mi sembra un album duro, cattivo, incazzato.

È una sorta di ciclo, se lo ascolti dall’inizio fino alla fine c’è un percorso. C’è l’intenzione di mettere sul tavolo i problemi e provare ad affrontarli con un occhio più maturo, per poi passare oltre.

A proposito di oltre, prima hai detto questo album è già qualcosa che appartiene al passato, che non ti appartiene più. Quindi per il futuro che programmi hai?

Adesso sto lavorando soprattutto come producer. In ballo ci sono un paio di collaborazioni. L’ultima è con Simone 51, un poeta romano che scrive le sue poesie su quadri e li attacca sui muri di a Roma. Ha deciso di aggiungere la musica alle sue poesie e così abbiamo deciso di lavorare insieme. Come con Russo Binks, un artista di Denver, che ha sentito un mio beat tramite Instagram, gli è piaciuto e ha deciso di farci sopra un pezzo. Così abbiamo iniziato una collaborazione oltreoceano. Grazie anche ai social, che quando usati bene possono essere veramente utili.