Le notizie che giungono dal fronte della guerra in Ucraina fanno aumentare la preoccupazione per il nucleare. Nei mesi scorsi l’attacco alla centrale di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, ha tenuto con il fiato sospeso mezzo mondo. Così come l’occupazione di Chernobyl, luogo che, nell’immaginario collettivo, rappresenta il simbolo del pericolo nucleare. Ora, le minacce di Putin all’uso del nucleare ampliano giorno per giorno il pericolo. Di questo e di altro ne ho parlato con Sergio Benassai, ingegnere nucleare, che vive a Riano da tanti anni, dove si dedica a scrivere romanzi, storici, di cui uno di prossima uscita su Federico Cesi e Galileo Galilei, e al piccolo orto di campagna. Benassai ha lavorato per decenni in ambito nazionale ed internazionale nel settore della protezione dalle radiazioni ionizzanti.

Ingegnere, esiste davvero un rischio di catastrofe nucleare nella guerra conseguente all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia?

“Bisogna distinguere diverse situazioni. L’occupazione del sito di Chernobyl è avvenuta nella prima fase dell’invasione russa. In quel caso il rischio era legato alla contaminazione radioattiva ancora presente nella zona dopo l’incidente del 1986. Può darsi che ci siano stati casi di contaminazione fra i militari russi, ma si sarebbe trattato di episodi circoscritti. Ormai, comunque, la zona è tornata sotto il controllo del governo ucraino e credo che non vi siano ulteriori motivi di preoccupazione. Ben diverso, invece, è il caso della centrale nucleare di Zaporizhzhia, dove sono in funzione ben 6 reattori nucleari”.

Ci dobbiamo allora preoccupare per questa centrale, che sembra anche essere oggetto di bombardamenti?

“Per quello che riferiscono le fonti di informazione finora la centrale non è stata oggetto di bombardamenti che abbiano interessato le parti “critiche” dei reattori. Il vero problema, sempre che non ci sia un attacco missilistico o di artiglieria diretto sulle strutture che contengono i reattori e le piscine ove è conservato il combustibile esaurito, è costituito dalla necessità di garantire l’alimentazione elettrica della centrale, dalla quale dipendono anche alcuni sistemi di sicurezza. Al momento, tuttavia, non sembrano esserci grossi problemi, come ha dichiarato la delegazione della IAEA (International Atomic Energy Authority), che ha ottenuto di poter visitare la centrale e che ha lasciato in loco un presidio di due tecnici. Credo, e mi auguro, che né Russia né Ucraina possano minimamente pensare ad un attacco distruttivo della centrale”.

Ma se questo dovesse accadere?

“Avremmo forse un rilascio di radioattività, ma non catastrofico. Ovviamente dipenderebbe dal livello di danneggiamento delle strutture protettive”.

Adesso però c’è un nuovo incubo: la minaccia di ricorrere alle bombe atomiche…

“Ritengo, e spero, che sia solo un incubo, e non una possibile realtà. Ma consideriamo pure questa ipotesi. Gli effetti dell’esplosione di una bomba nucleare sono in primo luogo analoghi a quelli di una bomba convenzionale. Prima di morire per l’esposizione alle radiazioni ionizzanti, le persone più vicine all’esplosione morirebbero per l’onda di pressione e per l’enorme calore sviluppato dalla bomba; ci sarebbe poi un ulteriore effetto di morte e malattie per le persone esposte meno vicine, ma comunque prossime all’esplosione, e quindi un rilascio in atmosfera di materiali radioattivi che potrebbe diffondersi in maniera determinata dalle correnti atmosferiche. Dal momento che la terribile ipotesi dell’uso di ordigni nucleari sembra al momento concentrarsi sull’utilizzo delle cosiddette “bombe nucleari tattiche”, gli effetti sarebbero probabilmente limitati… si fa per dire… ad un’area di qualche decina di chilometri (le potenze distruttive di queste bombe sono dell’ordine di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki!).  Ci sarebbe comunque un rilascio di materiali radioattivi in atmosfera che potrebbero diffondersi per centinaia o migliaia di chilometri, ma con effetti in genere abbastanza trascurabili”.

Come ci si può proteggere qualora si verificasse una guerra atomica o anche l’esplosione di bombe atomiche in Ucraina?

“Si fa spesso riferimento alle pillole di iodio. L’assunzione di iodio, con queste pillole, eviterebbe l’assunzione di iodio radioattivo prodotto dalle esplosioni ma non proteggerebbe dall’assunzione di altri isotopi radioattivi (comunque meglio che niente). Questa assunzione ha comunque senso per chi si trovasse nelle vicinanze di un’esplosione nucleare, mentre, a grandi distanze, avrebbe meno senso. L’altra “protezione” consigliata è quella dei “bunker”, magari dotati di sofisticati sistemi di isolamento e filtrazione dell’aria. Personalmente ritengo che sia una scelta “inutile”, dal momento che, prima o poi si dovrà uscire dai “bunker” e, in genere, tranne che nelle zone molto vicine all’esplosione, quando si uscirà si troverà la stessa situazione”.

In Europa, l’energia nucleare rappresenta il 13% del consumo energetico totale: 14 Paesi su 27 hanno almeno un reattore nucleare. Nel mondo ci si divide tra Paesi favorevoli, Finlandia e Francia in primis, e altri che hanno scelto la strada della denuclearizzazione, Italia e Germania fra tutte. Secondo lei, dall’alto della sua esperienza, può essere l’atomo l’opzione concreta su cui puntare in futuro?

“A questo punto devo farle una confessione. Personalmente ero favorevole all’energia nucleare, un settore nel quale, negli anni ’60, l’Italia era all’avanguardia. Negli anni ’80 mi avevano addirittura proposto di fare il capo progetto per il controllo della sicurezza e della radioprotezione delle previste centrali nucleari in Puglia. Ma, al referendum del 1987, ligio alla posizione del mio partitino, votai contro: forse fu una scelta sbagliata. Si deve comunque prendere atto che, dal referendum in poi, tutte le competenze italiane in materia di centrali nucleari si sono attenuate, se non scomparse. Adesso c’è una specie di “revival” facendo riferimento alle centrali nucleari di quarta o quinta generazione, anche se molti ne parlano, ma senza saper bene di cosa parlano. Sinceramente non ho voglia di esprimermi, anche perché non ho più la “brillantezza intellettiva” di una volta. Ho sempre sperato nella “fusione nucleare”, ma già se ne parlava negli anni ’70, quando ero all’università. Sono passati 50 anni e ancora si è lontani dalla “soluzione”. Voglio solo lasciare un messaggio finale che deriva da quando, leggendo lavori canadesi, mi resi conto che, nel valutare le alternative energetiche, ma non solo, si doveva prendere in considerazione l’intero ciclo di ogni tecnologia o di ogni prodotto (estrazione minerali, lavorazione, trasporto, fabbricazione, smantellamento, ecc.). Ecco, tenetelo ben presente: guardate a tutto il ciclo, con tutte le associate considerazioni in termini di impatto ambientale, di costi, di competenze, di forza lavoro”.