Diciassette chilometri da Viterbo, 130 abitanti, una manciata di case arroccate su una collina, a poco più di 280 metri dal livello del mare. Il destino di Sant’Angelo di Roccalvecce sembrava già scritto, come quello di tanti piccoli paesi, sperduti nel firmamento, sempre più spento, dell’entroterra: i giovani se ne vanno verso le città, le famiglie scappano, le vie si fanno deserte e a rimanere sono solo gli anziani. “Ci siamo ritrovati a osservare i cumuli di immondizia mai raccolti nel paese – spiega Gianluca Chiovelli, anima del posto – le strade colabrodo, la desolazione di un borgo abbandonato. E ci siamo detti che di lì a pochi anni, Sant’Angelo sarebbe diventato un paese fantasma”. Magari come la vicina Celleno, abbandonata negli anni 30 per costruire il nuovo centro cittadino, oggi patria della ciliegia e di 1500 abitanti. La strada sembrava già scritta, la fine già delineata. Poi l’idea. Quella di Gianluca e di altri ragazzi del posto: trasformare Sant’Angelo di Roccalvecce in un museo a cielo aperto. Il tema dell’esposizione? Le fiabe. Il luogo? Le facciate delle case.

Un museo a cielo aperto

Sant’Angelo, la patria dei murales

Il piccolo borgo, gemma incastonata tra l’Umbria e il lago di Bolsena, già un poco Tuscia e in odor di Teverina laziale, inizia a riempirsi di murales. Il primo, dedicato ad Alice nel Paese delle Meraviglie, è stato inaugurato il 27 novembre 2017. “Esattamente alle 11.27 – precisa Gianluca, mentre fuma una sigaretta sotto le impalcature di un nuovo murales in via di definizione – come dirà per sempre il suo orologio”.

Ma come tutte le favole, anche quella di Sant’Angelo di Roccalvecce ha rischiato di naufragare, scontrandosi contro ostacoli e prove. Il progetto finisce per due volte sul tavolo del Comune e per due volte viene respinto. Gianluca e gli altri, però, non si danno per vinti: si fonda l’associazione Acas, inizia l’autofinanziamento, le cene a sottoscrizione, il passaparola. Il progetto arriva fino al Ministero e finalmente prende forma. La direzione artistica è affidata a Tina Loiodice, che chiama a raccolta altre street artist: Daniela Lai, Lidia Scalzo, Stefania Capati, Cecilia Tacconi, Isabella Modanese, Gabriel Decarli. Le loro opere vanno da Don Chisciotte ai Musicanti di Brema, da Peter Pan ad Hansel e Gretel, finendo per trovare addirittura Gianni Rodari.

La vera storia de La Bella e La Bestia

Tra le opere, però, a catturare l’occhio e il cuore del visitatore c’è soprattutto la Bella e la Bestia. Una storia d’amore che vede, per sfondo, proprio questo scampolo di provincia viterbese: secondo alcune ricostruzioni storiche, infatti, la Bestia non sarebbe altro che un nobile della corte di Enrico II di Francia.

Si chiamava Don Pedro Gonzales, era originario delle Canarie, ma per tutti era semplicemente “il selvaggio“, o peggio “il peloso“. Pedro era affetto da ipertricosi, una malattia che gli riempiva completamente il corpo di peli. Arrivato a corte a soli 10 anni, alla stregua di una belva o di un animale da circo, viene educato da Enrico II, che gli insegna il latino e il francese, l’arte della spada e del cavallo. Pedro diventa un uomo di corte, un nobile di tutto rispetto. A cui mancava semplicemente una cosa: una moglie. La favola, qui, perde il suo romanticismo: il matrimonio di Pedro viene combinato dalla consorte di Enrico II, Caterina de’ Medici, che gli offre in sposa la sua serva Catherine, di 18 anni. Dalla corte di Francia, i due si spostano a Parma, a Roma e, infine, a Capodimonte, sul lago di Bolsena, a pochi chilometri da Sant’Angelo di Roccalvecce.

Una scommessa per il futuro

Nelle vie di Sant’Angelo, il paese delle fiabe, intanto crescono i turisti. 600 visitatori nelle vacanze di Pasqua di 2019, più di mille nel Natale dello stesso anno. Poi l’uragano Covid a fermare tutto. Ma non la forza delle favole. È in arrivo infatti un nuovo murales, il primo in 3D, a svilupparsi sulle tre pareti di un portico. L’opera è realizzata dall’artista trentina Cecilia Tacconi e ha come tema Rosmarina, che arriva direttamente dalle Fiabe italiane di Italo Calvino. In un libro aperto, proprio dentro il murales, si legge: “Sogna quello che fai e fai quello che sogni“. Che è un po’ la stessa storia di Sant’Angelo, la storia di un sogno, di un’idea che diventa realtà. E di un borgo che poteva essere fantasma e invece è diventato favola.